Archivio per Settembre 2008

30
Set
08

Dialogo surreale tra gli occupanti senza casa e l’assessore comunale alla Casa Alfredo Antoniozzi (liberamente tratto dall’intervista rilasciata a Libero il 20 settembre 2008)

ASSESSORE: «Negli ultimi 15 anni a Roma non si è fatto nulla per affrontare il problema. Non si è programmata un’edilizia economica e sociale per rispondere alla necessità di nuovi alloggi a basso prezzo. Oggi ereditiamo una situazione al limite»

 

OCCUPANTE: Eh, non ce lo dica a noi che siamo costretti a occupare edifici vuoti per farne le nostre case. Siamo quelli “afflitti dall’affitto”, siamo il frutto della mancanza di case popolari, delle migliaia di sfratti che si consumano nella città e della vendita delle case degli enti. Di fronte a questa emergenza sociale lei non dovrebbe parlare di sgomberi ma, dopo mesi, dovrebbe cominciare a parlare di case, di come e dove costruirle e poi assegnarle.

 

ASSESSORE: «In passato le occupazioni sono state tollerate con il risultato di produrre una spirale negativa che spesso si è trasformata in una guerra tra poveri. Penso alle case popolari occupate da chi non ne ha diritto».

OCCUPANTE: No, mi scusi, non confondiamo. Noi non occupiamo mai case popolari destinate ad altri, semmai facciamo battaglie per ottenerne sempre di più perché non bastano mai.

 

ASSESSORE: «Non c’è spazio per eventuali sanatorie, gli occupanti del Regina Elena dovranno lasciare lo stabile».

OCCUPANTE: Eh no, mio caro Assessore. Noi lo stabile di cui parla lei non lo lasciamo. E neanche gli altri! L’ospedale era chiuso da anni e non ci sono i soldi e la volontà di ripararlo (pensate piuttosto a non chiudere quelli ancora funzionanti!!!!). Il Regina Elena è diventato la casa di 300 famiglie che non ce l’avevano e da li non ce ne andremo finché non ci darete le case!»

 

ASSESSORE: «Costruiremo 25mila nuovi alloggi entro la fine del mandato».

OCCUPANTE: Eh si, questo l’aveva detto anche il suo predecessore e anche il predecessore del predecessore! E se non avessimo occupato staremmo ancora sotto le stelle….ma, per curiosità, come vorrebbe fare questo miracolo?

 

ASSESSORE: «I proprietari delle aree che noi destineremo all’edilizia popolare o all’housing sociale le potranno cedere al Comune ricevendo, in cambio, percentuali di cubatura. Naturalmente dopo aver individuato il corretto modulo compensativo».

OCCUPANTE: Io non sono molto pratica ma lei sta dicendo che, dopo aver contestato il piano regolatore in campagna elettorale, vi preparate a scavalcarlo lasciano spazio a ulteriori abusi e cementificazioni selvagge. Già avevamo contestato il Piano regolatore di Veltroni, allo stesso modo contesteremo questa schifosa speculazione che continua a regalare concessioni e cubature edilizie ai soliti costruttori padroni della città. Voi dovete lavorare sulle aree di edilizia popolare già previste, sui piani di zona e soprattutto lavorare al recupero del patrimonio esistente lasciato largamente inutilizzato.

 

ASSESSORE: «Rispetteremo categoricamente le graduatorie».

OCCUPANTE: Ci mancherebbe! Le graduatorie riguardano però solo gli sfrattati mentre lei dovrebbe sapere che la precarietà abitativa di questa città è molto più ampia: ci sono giovani precari, ci sono gli immigrati con lavori da due spicci, ci sono le famiglie monoreddito e gli anziani con la pensione minima. Il social housing che dice lei va bene solo per chi potrebbe fare un mutuo ma non lo fa per questi interessi da sciacalli e ovviamente va benissimo ai costruttori che vendono altre case grazie ai soldi pubblici invece di abbassare semplicemente i prezzi.

 

ASSESSORE: «Gli strumenti a nostra disposizione sono quelli che sono ma risolveremo il problema delle occupazioni».

OCCUPANTE: Bene assessore, bene. Vedo che ci siamo capiti. Anche perché è delle nostre vite che stiamo parlando e non molliamo. Quello che vogliamo oggi è la garanzia di un diritto all’abitare per tutti. Cominciate con la riapertura delle assegnazioni popolari a Ponte di Nona che la nuova giunta tiene bloccate da mesi….

 

Coordinamento Cittadino lotta per la Casa + Comitato Obiettivo Casa
 

Questo “dialogo” è stato stampato e distribuito dai movimenti il giorno dell’occupazione dell’assessorato alla casa. La domanda che ci viene è: ma fra i due interlocutori, in un vero dialogo-dibattito, chi “vincerebbe”?

 

 

 

 

 

 

 

26
Set
08

Li manda il San Giacomo: Roma paralizzata.

Un momento del blocco sul Lungotevere - Foto Ylenia Sina

Un momento del blocco sul Lungotevere - Foto Ylenia Sina

Il corteo previsto per ieri pomeriggio all’Ara Pacis alle 14 contro la chiusura del San Giacomo si è trasformato in un fermo e deciso blocco stradale che ha paralizzato il lungotevere. Basta sit-in a piazza del Popolo con prestazioni sanitarie gratuite. Stop a concerti di musica classica in chiesa. Contro le decisioni che piovono dall’alto i pazienti, i cittadini e i lavoratori dell’ospedale hanno deciso di iniziare una “lotta dura”. «Ora giornali e televisioni dovranno per forza parlare di noi» si sfogano i membri del Comitato che indossano una maglietta con scritto “Mi manda l’ospedale San Giacomo”. Non saranno mandati da Rai Tre come chi ora decide delle loro vite e del destino del nosocomio romano ma hanno comunque forza da vendere. Ciò che lascia a desiderare è la presenza di politici municipali che stanno cercando di sfruttare la vicenda per essere fotografati dietro uno striscione mentre gridano “Marrazzo vattene a casa” e, parlando chissà perchè in prima persona: «andiamo! facciamoci sentire!» «lotta dura senza paura!» fino al meno politically correct «era bono pure sto cazzo a governà come Marrazzo». Tutto è lecito ormai in politica, anche sentire un consigliere comunale del PdL parlare al cellulare e dire «forza ragazzi mancate solo voi con le vostre bandiere» e subito dopo affermare fiero, da vero centurione romano, verso un suo “collega” che «ho chiamato Casa Pound, mi hanno detto che stanno arrivando con le loro bandiere» salvo poi affrettarsi a precisare, dietro specifica domanda, che «sono a conoscenza del fatto che Casa Pound è vicina ai lavoratori del San Giacomo ma non ho rapporti diretti con loro per poter dire se verranno al corteo». Fatto sta che di li a poco, senza vessilli e senza bandiere, volti noti dell’Occupazione a Scopo Abitativo dell’Esquilino hanno fatto capolino all’Ara Pacis. Il tutto in attesa dell’arrivo del sindaco Alemanno.

Intanto i lavoratori dell’ospedale e i pazienti riuscivano a non farsi strumentalizzare dalle promesse dei politici presenti. Intorno alle 16 il consigliere comunale Andrea Alzetta, che politico non è e si vede, sale sulla sua moto con un infermiere e si reca al Campidoglio: «voglio vedere se almeno con la seduta del Consiglio in corso Alemanno si degnerà di parlare a queste persone: l’assenza di Marrazzo è grave ma il silenzio di Alemanno, che pure ha incassato il voto del consiglio comunale contro la chiusura del San Giacomo, è assordante». Con il consigliere Alzetta e il delegato “mandato da San Giacomo” entriamo in Campidoglio e ne usciremo con l’impegno per i lavoratori che una delegazione dei lavoratori sarà ricevuta dal Sindaco.

Tornati al blocco stradale le centinaia di persone presenti, alla notizia della montagna che attende Maometto rispondono con un fragoroso «NO! Se Alemanno vuole parlarci deve essere lui a muoversi e venire qui o al San Giacomo». Dopo varie trattative il Sindaco accetterà l’incontro presso la Sala di Malta dell’ospedale ma solo dopo che il blocco stradale sarà stato tolto. Il che accadrà solo verso le 18.30.

L’arrivo di Alemanno presso il San Giacomo avviene in pompa magna: auto blu, scorte, carabinieri, digos e….camerati di Casa Pound. Ma una cosa balza subito all’occhio dei più attenti all’ingresso del Sindaco nell’antica aula per le autopsie e lo studio sui cadaveri: in alto, nell’ultima fila di banchi, a “vigilare” sul San Giacomo c’è uno striscione dei Blocchi Precari Metropolitani che recita «Liber@ di Resistere per affermare i diritti». Sarà forse per questo che Alemanno si è affrettato ad assicurare che «non concederò alcun cambio di destinazione d’uso per i San Giacomo» , il che significa che questo non sarà mai venduto ai privati, salvo poi precisare «almeno finché la situazione non si sarà chiarita».

Il Sindaco ha spiegato, poi, che a breve partirà una commissione ad hoc presieduta dal dott.Fernando Aiuti, ieri acclamatissimo dal personale medico e paramedico dell’ospedale, e che «da oggi il comune scende in campo – espressione che farà la gioia di “qualcuno”- Chiederemo infatti al Presidente della Regione Lazio di farci avere in breve tempo il piano sanitario della città di Roma che prevede la ristrutturazione della rete ospedaliera».

Oggi invece, mentre da Roma il Sindaco incassava l’appoggio di Teodoro Buontempo de “La Destra”, da Viareggio, dove si trovava per inaugurare il primo Festival della Salute, arrivava lo stop del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, per il quale «chiudere gli ospedali San Giacomo e Forlanini di Roma e strutture sanitarie simili, è giusto. E’ inutile fare discorsi demagogici. L’unica strada da seguire per migliorare l’efficienza del Ssn è questa». Piena fducia del governo, quindi, al governatore e commissario ad acta del Lazio, Piero Marrazzo: «non possiamo fare sconti a nessuno. E’ necessario applicare rigorosamente i percorsi di rientro dal deficit. Anche se sarà un percorso aspro e disagevole». Peccato che nessuno si è degnato di tracciarlo per chi queste decisioni le subirà sulla propria pelle…

Daniele Nalbone

26
Set
08

Diritto all’abitare: mentre continua il “censimento dal basso” quattrocento famiglie occupano l’assessorato alla casa

Dal quartiere spiegano che «era disabitato da più di dieci anni» l’edificio in Via dei Castani 44 occupato ieri mattina dai Blocchi Precari Metropolitani. L’azione “simbolica” per chiedere l’apertura di un tavolo di trattativa con il Municipio VII e con i proprietari dell’immobile è volta a rilanciare la campagna di censimento dal basso per il recupero degli alloggi inutilizzati (270mila) in preparazione allo sciopero generale contro la precarietà e per il diritto al reddito e alla casa del 17 Ottobre. «Siamo lavoratori, precari, studenti, disoccupati che hanno deciso di non farsi prendere per il collo da un affitto impossibile: un posto letto arriva fino a 400 euro anche a Centocelle, una zona considerata una volta popolare e quindi più accessibile. Le speculazioni edilizie hanno moltiplicato il costo di una casa».«Questo scenario drammatico è il frutto delle politiche urbanistiche delle giunte Rutelli e Veltroni, subalterne agli interessi della rendita immobiliare», affermano Unders/Blocchi Precari- AS.I.A.Rdb, «scelte confermate dal neo sindaco Alemanno che, messa da parte la demagogia elettorale, si è subito allineato agli interessi dei privati e della speculazione». A Roma, a fronte di una richiesta di oltre 30mila alloggi, l’edilizia residenziale pubblica soddisfa solo il 4% degli aventi diritto, «l’aumento degli affitti sta provocando un’ondata di sfratti per morosità e dal 15 di Ottobre – data in cui è prevista la scadenza della sospensione degli sfratti – anche le categorie cosiddette protette saranno a rischio». Gli occupanti hanno incontrato il presidente del municipio VII, Roberto Mastrantoni, successivamente giunto in via dei Castani, che ha promesso di appoggiare le loro richieste e di inserire l’edificio nel tavolo di trattativa aperto dal prefetto Mosca sul censimento degli immobili vuoti.

Contemporaneamente circa 400 famiglie del Coordinamento cittadino lotta per la casa e del Comitato Obbiettivo Casa hanno occupato l’assessorato alle politiche della casa contro la mancata consegna di 246 alloggi popolari già assegnati nel quartiere di Ponte di Nona. «Ci opponiamo, inoltre, all’intenzione manifestata da Antoniozzi di rimuovere l’occupazione dell’ex-ospedale Regina Elena» sostengono i movimenti «simbolo di una volontà politica di sgomberare senza risolvere il problema». In tarda mattinata i rappresentanti delle famiglie hanno presentato le proprie richieste al direttore dell’Ufficio interdipartimentale Casa del Comune Raffaele Marra e al Vice Capogabinetto Tommaso Profeta che hanno strumentalmente assicurato la loro disponibilità ad inviare una lettera all’Ater per sbloccare entro lunedì l’assegnazione degli alloggi a Ponte di Nona e fissato un tavolo di trattative con i movimenti per il 2 Ottobre. «Aspettiamo questa data che dovrebbe definire nuove assegnazioni» dichiara il consigliere comunale Andrea Alzetta presente all’incontro, che ribadisce come «non accetteremo inerti lo sgombero del Regina Elena senza l’assicurazione di una politica abitativa che soddisfi le richieste dei nuclei familiari che vi abitano». Nella giornata di mobilitazione per il diritto alla casa di ieri i movimenti hanno sbloccato una situazione in fase di stallo dall’11 Aprile.

Per l’ennesima volta i movimenti hanno dimostrato di agire nell’interesse di tutta la Città, anche di quella parte che vuole criminalizzarli: «con questa occupazione – spiegano dal Coordinamento – abbiamo infatti permesso a duecento famiglie romane di poter finalmente entrare nelle abitazioni che spettano loro visto che sono solo 40 i nuclei familiari presenti nelle nostre liste che beneficeranno di questa decisione».

Ylenia Sina


26
Set
08

Marrazzo (con una lettera su Liberazione, risponde): “sulla chiusura del San Giacomo troppe insinuazioni e voci false”

Sulla decisione presa dalla Regione di chiudere il S. Giacomo girano leggende metropolitane, molto opportunismo e tanta disinformazione. Come presidente della Regione, sono sensibile a tutte le preoccupazioni che arrivano dai cittadini e dai lavoratori, ai quali non mi stancherò mai di dare risposte e con i quali, naturalmente, il confronto rimarrà sempre aperto. Non sono invece sensibile a chi, deliberatamente, mette in giro insinuazioni e voci false, come quella secondo cui tutta l’operazione nascerebbe da un accordo sottobanco con qualche grande costruttore. Si tratta, come è evidente, di pure falsità. Ogni decisione che riguarda il sistema sanitario del Lazio è stata e sarà presa nell’interesse delle cittadine e dei cittadini della Regione e con la massima trasparenza.
Vorrei quindi illustrare in estrema sintesi i principi che ispirano le nostre decisioni. Sbaglia, e di molto, chi pensa che oggi siamo ostaggio del governo Berlusconi o che siamo guidati unicamente dalla fredda esigenza di ripianare i bilanci. I 10 miliardi di debiti lasciati dalla destra degli sprechi e degli scandali non saranno mai un alibi per me. Ho sempre pensato che la situazione di profonda sofferenza dei bilanci potesse essere una grande occasione per cambiare in meglio la sanità del Lazio. Aggredendo gli sprechi, gli squilibri e i vari potentati. Come governo di centrosinistra siamo fautori di una sanità universalista, accessibile a tutti. Questo significa che dobbiamo occuparci di ogni cittadino del Lazio: di quelli del centro di Roma, certo, ma anche e soprattutto di quelli delle periferie della Capitale e di tutte quelle zone nelle nostre province che oggi hanno meno accesso alle cure. Redistribuire l’offerta sanitaria sul territorio significa fare delle scelte precise: significa agire dove l’offerta è maggiore, come nel centro di Roma, e portare strutture e personale là dove i cittadini ne hanno davvero più bisogno, come nella zona dei Castelli o del Golfo di Gaeta, dove è già stata finanziata la costruzione di nuove strutture ospedaliere. Se nel centro di Roma c’è una densità di ben 6 grandi ospedali, come non avviene in alcun’altra capitale europea, dobbiamo intervenire. Se non lo facessimo solo perchè qualche giornalista abita nei pressi dell’ospedale o perchè qualche medico ha paura di andare a prestare i propri servizi in zone meno rinomate e di periferia, tradiremmo il nostro mandato.
Solo chi non vuole vedere la realtà dei fatti può sostenere che la ristrutturazione della sanità del Lazio sarà fatta sulla pelle dei pazienti. Non uno dei malati del S. Giacomo sarà lasciato solo. La Asl RmA ha messo a punto con la Regione e con le parti sociali un programma serio per assicurare a tutti cure e continuità assistenziale. Non ci muoviamo a fari spenti, ma con programmi dettagliati che riguardano tutti i pazienti, compresi quelli in dialisi per i quali abbiamo già individuato le soluzioni più opportune. Il 15 novembre verrà inoltre inaugurato in tempi record il poliambulatorio di via Canova, che darà risposte a tutte le urgenze sanitarie della zona del Tridente.
Io dico che una sinistra moderna deve misurasi con la realtà e individuare risposte avanzate, avendo come bussola il giusto equilibrio tra bisogni dei cittadini, solidarietà e bilanci. Credo ancora che il compito di un governo di centrosinistra sia quello di cambiare in meglio. La conservazione è il tratto distintivo della destra, che infatti qui nel Lazio, per proteggere tutti gli interessi di un sistema viziato, ha scelto di non fare quelle riforme che occorrevano da molti anni. La riorganizzazione del sistema sanitario regionale si ispira a un metodo virtuoso che è stato già sperimentato da molti anni in Regioni storicamente di sinistra, come l’Emilia Romagna e la Toscana. Noi seguiamo quella strada. Mentre è proprio la destra che, anche in Campidoglio, sta combattendo una battaglia contro una riconversione necessaria e funzionale ai bisogni dei cittadini.
La verità è che, anche nella sanità, capita che tutti si rendano conto della necessità di procedere a riforme improcrastinabili. Ma non appena un singolo provvedimento va a toccare un interesse particolare si levano gli scudi. Così succede per paradosso che, mentre da una parte ci si accusa di colpire solo il pubblico, i rappresentanti dell’ospedalità privata – quelli che secondo alcuni protagonisti delle barricate al S. Giacomo non sarebbero toccati dalle riforme della Regione – annunciano ricorsi e battaglie per provvedimenti che prevedono la riconversione di ben 21 strutture private. A tutti dico che noi abbiamo la ferma intenzione di andare avanti: ascoltando ogni voce e cercando dare risposte adeguate a ogni esigenza. Ma certo senza fermarci di fronte ai poteri forti e a chi vuole difendere privilegi e rendite di posizione. E soprattutto non metteremo mai in pericolo, in alcun modo, il diritto alla cura di ogni singolo cittadino del Lazio.

Piero Marrazzo

da Liberazione del 25-09-2008

24
Set
08

Ospedale San Giacomo di Roma pazienti e medici in occupazione

Contro la chiusura deliberata dalla Regione Lazio

(Prima pagina) Dalle 16 di ieri il San Giacomo di Roma è un ospedale occupato dai suoi pazienti e dai cittadini al motto di “Mi manda il San Giacomo”.
E’ frontale lo scontro fra medici, infermieri e personale ausiliario del nosocomio e il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo che «non sta rappresentando in nulla i voti di chi lo ha fatto governatore», come ha tuonato il senatore Furio Colombo dalla Sala di Malta del San Giacomo dove si è svolta l’assemblea che ha sancito lo stato di occupazione.
«Qualcuno di voi ha mai visto un ente pubblico spostare delle chiese perché troppo vicine una all’altra? Qui si sta spostando la storia di Roma, una storia iniziata nel 1326. Fare cassa in questi casi è un motivo futile perché qui si gioca con la vita delle persone e di una città».
Tutto il personale, in servizio e non, dell’ospedale era lì, in assemblea, a decidere sul da farsi per scongiurare la chiusura della struttura, anche se ormai sembra troppo tardi.

(Quarta pagina) Pazienti e medici occupano il San Giacomo perchè la Regione lo vuole chiudere Sull’antico tavolo di marmo per le autopsie al centro di quella che storicamente era un aula didattica si stava sezionando il cadavere di un edificio storico e, soprattutto, pubblico ucciso dalla cattiva gestione della sanità, dalla chiusura di un rubinetto da cinque miliardi di euro da parte del governo e, a quanto pare, dal solito serial killer che da anni miete vittime innocenti nella capitale: la speculazione edilizia.
La voce che si aggira dalle parti del San Giacomo è quella che l’ospedale lascerà il posto a un albergo di lusso. Una voce che però non trova conferme dalla Regione né dal Comune, l’ente che incasserebbe le palate di soldi che arriverebbero dalla cessione ai privati dell’edificio.
«In entrambi i casi, sia che la voce fosse vera che se non lo fosse, ci troviamo davanti a una decisone folle» sottolinea, fra gli applausi, Furio Colombo. «Qualora l’ospedale resterà vuoto, l’amministrazione è consapevole dei costi a cui dovrà andare incontro per non abbandonare una struttura di queste dimensioni, collocata nel pieno centro di Roma?».
Piena solidarietà ai lavoratori e ai pazienti è giunta dai movimenti di lotta romani presenti all’assemblea: Andrea Alzetta di Action, consigliere comunale, si chiede «perché si socializzano sempre le perdite mentre si privatizzano i guadagni? In ogni decisione che piove dall’alto sulla testa dei cittadini non si chiede mai il parere di chi la città la vive e la fa vivere». Dal Blocco Precario Metropolitano, presente nella persona di Massimo Muccari, arriva la piena disponibilità a battersi contro la chiusura dell’ospedale «da parte delle famiglie che ogni giorno lottano per i diritti negati». «Sarà un’occupazione di gente che si vuole bene» conclude il consigliere Alzetta, « e che alla volontà di privatizzare risponde mostrando come si faccia, invece, “società”. Per questo chiedo al Presidente Marrazzo di non fare il vago e di concedere ai lavoratori che hanno chiesto un incontro pubblico una data disponibile in modo che le ragioni di questi abbiamo modo di essere discusse e confrontate».
Da ieri, quindi, è iniziata una settimana di lotta per evitare che il 30 settembre l’ospedale chiuda le porte alla cittadinanza e il 31 ottobre metta alla porta i suoi pazienti: mercoledì 24 verrà allestito un gazebo in Piazza del Popolo in cui si raccoglieranno firme contro la chiusura dell’ospedale, si effettueranno prestazioni mediche gratuite e alle ore 20 presso la Chiesa di S.Maria del Popolo si terrà un concerto dell’orchesta “I Filarmonici di Roma” con l’intervento dei maestri Uto Ughi e Stelvio Cipriani mentre per giovedì, alle ore 14, è prevista una manifestazione «assolutamente apartitica» come tengono a precisare i lavoratori, sul Lungotevere nei pressi dell’Ara Pacis.
Dalla Regione il consigliere Peppe Mariani, membro della Commissione Sanità, spiega a malincuore come la chiusura del San Giacomo sia «purtroppo inevitabile e dovuta ad un governo nazionale che costringe a scelte terrificanti: hanno voluto colpire l’ente Regione Lazio tagliando 5 miliardi di euro ma così facendo hanno solo tolto risorse ai cittadini. La situazione è di grave emergenza e la Regione deve riassettare il servizio sanitario cercando di non perdere l’eccellenza presente in strutture come il San Giacomo e la sua Unità Operativa Complessa di Nefrologia e Dialisi spostandola in altre strutture in zona» e a chi chiede il perché allora si sia ristrutturato da poco l’ospedale per poi chiuderlo, il consigliere regionale risponde che «proprio perché si è commesso uno sbaglio ristrutturando un ospedale che si sarebbe dovuto chiudere di li a poco non si può perpetrare nell’errore. Se si è sbagliato nella questione San Giacomo i difetti stanno nella comunicazione ai cittadini e ai lavoratori». In serata è giunta la richiesta di Gianluca Peciola, consigliere provinciale, di un’audizione urgente dei cittadini presso la Commissione Sanità della Regione Lazio che ha spiegato come sia «indispensabile non solo che la Regione ascolti i lavoratori ma anche che il governo nazionale si prenda le proprie responsabilità saldando i suoi debiti con la regione».

Daniele Nalbone

da Liberazione del 23-09-2008

21
Set
08

Salario e diritti, protestano i lavoratori dei call center

«Il lavoro nobilita l’uomo…. il precariato lo mobilita»! Da Torino a Taranto, dalla Calabria alla Sardegna, oltre tremila lavoratori del settore dei call-center hanno manifestato ieri a Roma nonostante il diluvio torrenziale che si è abbattuto sulla capitale. «Speriamo che le cose migliorino ma se pensiamo a tutte le nefandezze che sono state fatte in questi anni non possiamo di certo gioire» si sfogano i manifestanti che fanno capo alla rete Colsenter. Troppe volte hanno visto materializzarsi tavoli dal nulla al quale si sono seduti in tanti (sindacati, imprese, governo), «alcune volte ci hanno chiamato inbound , fortunelli sulla via della salvazione, altre volte outbound , paria senza speranza. Alla faccia dei nomignoli che ci affibbiano noi siamo persone con dei diritti, dei desideri, che si traducono nel bisogno di un salario decente e di orari umani».
Gli organizzatori della mobilitazione e le segreterie nazionali di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil chiedono che venga rafforzata l’attività ispettiva e creata una “carta delle responsabilità” affinché i committenti si impegnino a non praticare gare al massimo ribasso, assegnando le commesse solo alle società che impiegano lavoratori subordinati e che rispettano le leggi in tema di lavoro: «Vi sono decine di call-center che, ricorrendo a contratti a progetto, generano lavoro precario e mal pagato a danno di quelle imprese che, invece, hanno stabilizzato i dipendenti investendo sulla qualità».
Fra i quarantamila lavoratori del settore senza tutela che chiedono stabilità non vi sono soltanto giovani, alias precari, alle prime esperienze ma migliaia di persone che si sono reimmesse nel mondo del lavoro tramite i call-center. Per questo occorre attivare nuovamente il tavolo nazionale in materia presso il ministero del Lavoro, «anche perché vogliamo sapere che fine hanno fatto gli oltre 8mila verbali sanzionatori frutto dell’attività ispettiva fino a ora intrapresa». Il Circolo delle comunicazioni e dell’informatica di Rifondazione comunista, insieme alla Sezione Itc di Roma dei Comunisti italiani, uniche forze politiche presenti al corteo, reclamano «la stabilizzazione di tutti i call center e l’affermazione di una buona occupazione e del tempo indeterminato anche per lavoratori outbound perché, nonostante le importanti vittorie ottenute con le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici dei call center più grandi, in primis Atesia, che hanno portato alla stabilizzazione di migliaia di posti di lavoro, la precarietà in questi ambienti non è stata ancora debellata». E’ in questa ottica che si inquadrano le critiche al decreto 112 del governo Berlusconi, convertito in legge lo scorso 5 agosto: una manovra che annienta definitivamente le garanzie per i precari, prima tra tutte quella che imponeva l’obbligo di assunzione, tramutato ora in un “equo” risarcimento, da parte dell’azienda dopo 36 mesi di contratti. Le persone giunte ieri a piazza della Repubblica da tutta Italia non chiedono trattamenti di favore ma solo che si favorisca la crescita del settore in relazione alla qualità e ai nuovi servizi e non basandosi esclusivamente sulla competizione su salari e diritti puntualmente sacrificati in nome del profitto.

Daniele Nalbone

da Liberazione del 20-09-2008

20
Set
08

Dopo Colli Portuensi è il turno di via Pincherle: continua l’emergenza abitativa a roma dovuta alle cartolarizzazioni

È ancora emergenza abitativa nella capitale. Un dramma che ha a che fare con la speculazione edilizia e con il carovita. Roma. Via Pincherle 153, uno stabile di 293 appartamenti, che non versa certamente in condizioni ottimali, sta per essere venduto e tante sono le famiglie che temono di perdere il tetto sulla propria testa.

Sono sempre di più le persone che impegnano una quota consistente del proprio reddito per pagare l’affitto a fine mese e che, sprovviste di qualsiasi forma di tutela, di fronte a passaggi di proprietà temono il peggio, dal rincaro del canone di locazione allo sfratto.

Le vicende di via dei Colli Portuensi 187 prima e di via Pincherle 153 poi anticipano quello che potrebbe avvenire con la dismissione dei 17.000 alloggi da parte dell’Enasarco: la crisi di centinaia di famiglie e grossi guadagni per i privati.

Spesso, la maggior parte degli inquilini non può accendere un mutuo. Sono pensionati, cassaintegrati, famiglie monoreddito, lavoratori precari, professionisti che lavorano a progetto, categorie notoriamente a rischio. E di fronte all’emergenza abitativa è ancora incoerenza tra le politiche attuate dal governo e le amministrazioni territoriali. Mentre il Ministro dell’economia Giulio Tremonti prospetta un “Piano casa” che prevede «l’alienazione del patrimonio abitativo pubblico» c’è chi, come il Presidente dell’XI Municipio, Andrea Catarci, in direzione opposta, propone al gruppo Ater di rilevare le proprietà che i cittadini in condizioni economiche svantaggiate non possono comprare.

Il sindacato Asia Rdb è dello stasso parere: «Riteniamo che la Regione Lazio e il Comune di Roma debbano essere coinvolti nei processi di tutela e di aiuto all’acquisto, acquisendo gli alloggi degli inquilini che non possono comprare, e che la gestione delle vendite debba essere limitata a chi è nelle condizioni di acquistare, definendo prezzi che non siano di speculazione, tenendo conto dello stato degli immobili e attivando i fondi regionali a tassi agevolati per l’aiuto all’acquisto».

«Nonostante nel tempo non siano stati eseguite le necessarie manutenzioni, la proposta di vendita che gli inquilini di Via Pincherle hanno ricevuto per la compravendita dell’appartamento in cui vivono è calcolate sul valore di mercato – ha detto Andrea Catarci, Presidente dell’XI Municipio-.Non è dato sapere cosa succederà a chi non potrà acquistare, mentre è già certo che il prezzo non sarà accessibile per la maggioranza delle persone, parecchie anziane ed in condizioni di reddito medio-basse. Il rischio è quello di un ulteriore aggravamento della già tremenda emergenza abitativa che si vive nel nostro Municipio e nella città di Roma».

Il gruppo Fata – Generali, proprietario dell’immobile, nel mese di luglio ha inviato alle famiglie comunicazione di vendita in blocco dello stabile. Agli inquilini vengono concessi sessanta giorni per decidere se acquistare o meno gli appartamenti in cui vivono da anni. Chi fosse interessato deve versare entro il 15 settembre un anticipo del 5 per cento della somma richiesta, pena la perdita dello sconto dell’ 8 per cento e il diritto di prelazione sull’acquisto dell’immobile. Con la proposta d’acquisto non è arrivata però la planimetria dell’immobile necessaria per stabilirne il prezzo. E la stessa vendita non è stata notificata a tutti. Nello stabile di via Pincherle sono 42 le famiglie ormai da anni senza contratto come il signor Cesare, invalido civile al cento per cento e a carico della moglie lavoratrice part-time.

«L’avviso di vendita è arrivato in estate, – racconta Roberta Cecili, Presidente del Comitato inquilini di Via Pincherle – e non tutti gli inquilini erano in città. Senza il minimo preavviso ci siamo trovati a dover decidere cosa fare. Sessanta giorni non sono un margine di tempo sufficiente per valutare opportunamente la compravendita di un’immobile».

«Come se non bastasse – continua il Presidente – alcuni giorni dopo aver ricevuto notizia della vendita, veniamo a sapere che qualcuno dichiara di aver già acquistato lo stabile». Sul sito della Giacomazzi Re, una società che opera nella gestione dei patrimoni immobiliari, viene pubblicato

il comunicato dell’avvenuto acquisto degli appartamenti: «Il Gruppo Giacomazzi comunica che la società Finanza e sviluppo immobiliare Spa,tramite la controllata Area Mestre Srl, ha comprato dalla società Fata assicurazione Danni Spa, facente parte del Gruppo Assicurazioni Generali Spa, il compendio immobiliare sito in Roma Via Pincherle 153 -169. Il lotto, costituito da tre edifici cielo-terra, acquistato per un valore di € 43 milioni circa, comprende n° 271 abitazioni, 15 locali ad uso commerciale e n° 02 magazzini per una superficie complessiva di 18.725 metri quadrati».

L’avvocato Vincenzo Perticaro, legale del comitato degli inquilini di Via Pincherle, in un incontro con l’amministratore delegato di Fata ha chiesto spiegazioni al riguardo. «Contrariamente a quanto pubblicato sul sito della società – spiega Perticaro – la vendita non sarebbe stata ancora effettuata. C’è solo un accordo preliminare sull’invenduto per cui gli appartamenti che gli inquilini non compreranno saranno acquistati da Giacomazzi».

Preoccupati dall’evolversi della vicenda e dalla poca trasparenza della transazione il comitato degli inquilini e il sindacato Asia Rdb, dopo una serie di proteste hanno ottenuto l’apertura di un tavolo interistituzionale per chiedere al Prefetto di Roma di farsi garante nel processo di vendita.

«Lo stabile è fatiscente. Non è a norma di legge. Dal ’61 non è mai stato ristrutturato – spiega Roberta Cecili -. Ci sono crepe che corrono lungo tutti muri maestri, alcune sono state furbescamente coperte con dei listelli di plastica marrone. Il prezzo di vendita per gli inquilini varia dai 2.800 euro ai 3.200 al metro quadrato, Giacomazzi invece pare abbia comprato a 2.200 euro, un valore decisamente inferiore. Abbiamo chiesto spiegazioni e tempo per decidere, ma la Fata Danni non si è detta disposta a trattare, dicono di dover capitalizzare e per questo ci ha concesso una proroga di soli quindici giorni».

Alla Regione, al tavolo interistituzionale, insieme agli inquilini di Via Pincherle, all’Assessore regionale alla Casa Mario Di Carlo e all’Ater, era però presente Giacomazzi che, come fosse già proprietario dell’intero stabile, ha rassicurato gli inquilini dispensando garanzie. «Il gruppo Giacomazzi – riporta il Presidente del comitato – si è detto disponibile considerare l’acquisto agevolato per fasce svantaggiate e a mantenere un canone di locazione calmierato per chi non può comprare l’appartamento». Il cielo sembra rischiararsi ma i conti non tornano: la società proprietaria dell’immobile non cede alle pressioni degli inquilini e un acquirente ipotetico e apparentemente interessato a comprare solo l’invenduto a prezzi nettamente inferiori a quelli pattuiti per i singoli si fa garante per il futuro dell’intero stabile.

Valeria Morando e Rossella Anitori