di Ylenia Sina
La scena è disseminata con tracce di Macbeth come in un grande quadro di Pollock, il racconto affidato alle parole farfugliate, ai gesti esitati e nuovi, ai buchi di colore, ai vuoti. “Mac Beth”, «con il buco nel mezzo», è il titolo dello spettacolo presentato venerdì 19 dicembre al teatro Palladium a conclusione del progetto Port Royal che Artestudio ha realizzato come Officina Sociale con gli ospiti delle comunità terapeutiche di San Basilio, Tarsia e del Centro diurno Pasquariello di Roma, con la regia di Maria Sandrelli, Daniele Cappelli e Riccardo Della Pietra e presentato dall’Assessore alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio Giulia Rodano. Mac Beth è Teatro medicina: il percorso artistico diviene la cura attraverso cui il soggetto vulnerabile può sanare la propria “malattia”, l’arte e la creatività permettono di recuperare quelle possibilità inattese dell’esistenza, quale ricerca di autenticità espressiva favorendo l’abbandono dello stato di disagio.
La spaziatura nel titolo annuncia il tema dello spettacolo che è quello dei vuoti significativi, degli spazi fra una cosa e l’altra: il teatro racconta dei buchi fra le parole, fra le azioni, fra la scrittura e la parola. L’esercitazione scenica si articola su tre performance: i tre gruppi ripropongono la stessa scena ispirata alle vicende di Mac Beth, le sedie spostate da una parte all’altra del palco creano sempre nuovi spazi, nuovi eserciti, una corona per il re e un ritornello che scandisce l’atmosfera comune dei tre percorsi “stanotte sarà una lunga notte…”. È proprio questa ripetizione che svela la differenza che permette allo spettatore di rintracciare il racconto, che rende gli smarrimenti, le pause, le battute allegre, narratori di un accadere quotidiano fatto di autentiche incertezze, «dove l’essere umano –al riparo dal teatro- vive la propria eroica inadeguatezza e con grazia naturale e stupore gioca con l’esistenza». Il percorso artistico racconta di come persone accomunate da «una situazione di eccezione», la malattia, lontane dai gesti e dai comportamenti abituali rimandano alla comune condizione umana di inesattezza, al non essere pronti quotidiano che il gioco del teatro mette a nudo guidando verso una condizione autentica dell’esistenza e rendendosi medicina. «Mac Beth diventa allora un rifiuto dell’ allestimento economico della realtà, una sospensione della concertazione del quotidiano, un coltello da re per scavare fra le immagini usurate, fra le parole mandate inutilmente a memoria, una lama regina per lacerare lo spazio chiuso del consueto in tanti frammenti di vuoto che lasciano a vista e scoperto il Teatro, dove è più vita». Ecco che il corpo teatrale funziona da strumento di indagine e di cura spazio libero e protetto nel quale infrangere il reale e giocare con il possibile, senza la necessità di riflettere i ruoli quotidiani aggiungendo vita e producendo autentici racconti.
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