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Fabio Sebastiani
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Stefano Galieni
VENTI RIGHE VENTI SU “LIBERAROMA”
Scritte da noi, scritte per noi…
Fabio Sebastiani
Arriverà il giorno in cui potremo dire cittadini di tutto il mondo unitevi. E quel giorno Liberaroma ci sarà. Ci sarà con la sua voce sincera e indipendente. Ci sarà perché in questo contenitore metropolitano vogliamo viverci e trasformarlo anche, da acquario per pesci rossi a città in cui lavorare, amare e avere delle emozioni. Vogliamo raccontare tutto quello che accade senza farci usare dai linguaggi delle lobby o dalle metafore di una cosiddetta romanità che non esiste più. Oggi Roma non è capitale nemmeno più di se stessa. Il tessuto urbano è un tessuto e basta. E pure di scadente qualità. Niente che abbia a che vedere con le voci, i volti e le storie delle persone concrete. Niente che abbia a che vedere con i bisogni reali. Liberaroma vuole raccontare ciò che vive quotidianamente la città nel suo cuore, anzi, nei suoi cuori.
Oggi gran parte della sfida della trasformazione si gioca sul terreno dell’informazione. Finché l’informazione è in mano ai poteri forti i cittadini non potranno esprimersi e non potranno esprimere ciò che vogliono. Liberaroma vuole riportare l’informazione e la comunicazione tra i cittadini, nei territori stessi della loro vita quotidiana. Solo così si potrà capire veramente ciò che vive e ciò che sente la città. Solo così si potrà separare la città viva dalla città morta, la città che respira da quella che sta in vetrina, pronta ad essere venduta a fette agli sciami di turisti.
E’ un momento in cui i linguaggi devono tornare a contaminarsi per tentare di cercare insieme una via d’uscita dal disagio. Roma ha una grande opportunità, la presenza di tanti linguaggi, e Liberaroma saprà sfruttarla.
Valeria Morando
Se puoi vedere, guarda; se puoi guardare, osserva (libro dei consigli).
Come sarebbe un mondo se nessuno vedesse? Se fossero soltanto due gli occhi rimasti al mondo capaci di vedere? Una cecità bianca e paradossalmente accecante, inonda gli occhi di questa città, di questo paese, di questo mondo. L’egoismo, la prevaricazione non cessano nemmeno di fronte a una epidemia di cecità. L’uomo è un essere particolare che cerca il proprio bene a discapito di ogni altro uomo. Sempre. Occhi che non vedono, che non vogliono vedere e che perdono di vista anche il segnale più evidente. Inondati, gli occhi, da un mare di latte, sono persi nel vuoto, ma appaiono vivi. Occhi vuoti che non hanno mai visto, che si accorgono della loro irragionevolezza solamente quando perdono la loro funzione di contatto e di relazione con il mondo. Un mondo composto da uomini ciechi. Il mondo di oggi. E da questo, per me, è necessario partire per comprendere quale sia il ruolo fondamentale dell’informazione. Aprire quegli occhi volontariamente privi di vista che dell’ignoranza fanno la propria forza. Noi chi siamo? Certo non possiamo assurgere a ruolo di coloro che detengono tale potere ma solo strumento, questo sì, per dare a quegli occhi la capacità di non perdersi nell’apparenza e di vedere il vero per quanto orribile possa essere. Strumento di controllo, che metta il potere con le spalle al muro e gli impedisca di alimentare questa cecità che è tanto importante per la propria conservazione illimitata.
Daniele Nalbone
Eccomi qua, all’ingresso del circo dell’informazione. Davanti si apre il tendone e sento le urla di quanti cercano un posto in prima fila per guardare, visto che la lista di chi può fare è inaccessibile. Trovo un posto comodo, non in prima fila, nemmeno in seconda, ma non posso lamentarmi vista l’ora in cui sono arrivato. Lo spettacolo è appena iniziato ma dopo neanche cinque minuti sono fuori dal tendone, mi guardo intorno, e decido restare li. All’esterno. Fra la terra smossa dagli animali che i domatori faranno esibire. E allora tutti giù ad applaudire, a chiedere il bis. Alcuni spettatori dissentiranno ma il loro fischio sarà comunque ben accetto dai circensi. Un dissenso innocuo. Un dissenso cercato.
Ma non mi interessa la qualità dello spettacolo perché il vero problema, in questo caso, sono gli animali. Sfruttati, vessati, rinchiusi in un recinto e fatti uscire solo al momento dell’esibizione. Stando fuori posso vedere il loro rientro in gabbia, il loro girare in cerchio per far sembrare lo spazio meno angusto, i tentativi di mettere una zampa fuori per vedere l’effetto che fa. Sono li e non mi accorgo di essere anche io all’interno di una gabbia. Pensavo di essere libero. Mi illudevo. Ma è così: o sei parte dello spettacolo, parte attiva o passiva non fa differenza, o sei animale da circo. Ma voglio provare a mettere una zampa fuori. E non sarò solo in questo tentativo.
Tutti gli animali che quotidianamente lottano per un’ora d’aria, del mio branco e non, mi aiuteranno a tentare, a continuare, a non arrendermi. Perché quello che voglio è uscire da questa gabbia, da questo circo, per cercare qualcosa che sia altro rispetto al poco mangime che ci è permesso avere e allo stretto recinto in cui ci è consentito muovere. A questi animali tutto il mio impegno. Iniziamo a raccontare…
Ylenia Sina
Una prigione di precarietà e immobilismo è ciò in cui mi sono trovata dopo anni passati guardando al futuro. Ho ventitré anni e mi sono laureata da poco. Ma questo non serve a molto. I signori della meritocrazia ti insegnano che se ti impegni tutto è possibile ma le condizioni di un lavoretto fatto per guadagnarti un affitto in nero ti riportano subito con i piedi per terra. Gramsci sosteneva che era necessario studiare per potersi ribellare, lui era capace di entrare nelle fabbriche, mettersi in contatto, dare voce. Forse non sopportava che, come lui stesso scrive, gli strati subalterni a volte non sospettano che la loro storia possa avere una qualsiasi importanza. Per questo è fondamentale raccontare e farsi raccontare. Far raccontare. Aprirsi spazi, concederli. Doverli occupare a volte. Per l’informazione contano solo le notizie, meglio se sconvolgenti, meglio se decontestualizzate. Così le persone non si guardano attorno, continuano a sentirsi separate dal resto e a gridare governo ladro. I racconti attorno alla notizia concedono spazi e libertà, svelano fratture, somiglianze, ci dimostrano che diversi mondi sono vicini e vivono sulla stessa terra. Roma è grande. Studenti, senza casa, con un lavoro deludente e a tempo, senza sogni, insegnanti e bambini, operai, rom, pazienti senza più ospedali per cliniche senza malati. Tutti tasselli di uno stesso puzzle che non sempre conoscono il disegno che creano, che rinunciano a lottare perché tanto le cose stanno così. Dover stare in silenzio mi ha destinato alla precarietà, a vivere una storia mal raccontata e troppo spesso tradita. Meglio farsi sentire. Raccontare.
Rossella Mele
LiberaRoma per me?
LiberaRoma per me è un possibilità (che ne racchiude infinite) :
È :
La possibilità di poter guardare e raccontare la realtà senza filtri imposti.
La possibilità di poter dedicare i miei giorni a qualcosa che scelgo di vedere, ascoltare e rielaborare attraverso il racconto.
La possibilità di sentire la frenesia e la vertigine della libera scelta.
La possibilità di tenere gli occhi ben aperti e non chiusi per non vedere il compromesso di questi giorni che viviamo in maniera individuale, avvolti nel caos collettivo.
LiberaRoma è una ragione che spinge a cambiamenti sostanziali nella vita che ho scelto; è un obbiettivo da raggiungere, attraverso i passi fatti per arrivare ad un punto mai ultimo e mai definitivo.
È una voce critica che ricorda di continuare a cercare, a mettere in dubbio, a criticare, a rivoltare e a costruire realtà che a volte non possono essere accettate semplicemente per quello che sono.
É una voce definita che peró non vuole strategie, tecniche o etichette che inevitabilmente possono creare realtá rigide e da mettere in discussione, ma una realtá che non mettiamo in discussione è una realtá che mai potrá essere cambiatae migliorata.
LiberaRoma è dunque uno sguardo critico che distrugge, rivolta guarda a fondo per costruire.
Infine, LiberaRoma è l’inizio di una grande avventura, di un viaggio da affrontare ad occhi aperti e nudi, senza quell’abito che da sempre ci portiamo addosso.
Buon avventura a tutti noi
Elena Ritondale
Liberaroma è il magnete che attrae inquietudini e sogni diversi. Tante e a volte irriducibili sono le anime che la attraversano. Come gli ingredienti che compongono il pasticciaccio romano…Ci sono i filosofi post-fatalisti e le pragmatiche, i freak, gli studenti e “i lavoratori” (mio dio che ho detto…).
Liberaroma è sicuramente la voglia di conoscere quello che ancora non sappiamo; altre volte è la presunzione di spiegare ad altri ciò che abbiamo appreso, chiedendo, fotografando, registrando, riprendendo, camminando.
In alcuni casi è un blob strano a cui troppi tentano di trovare una definizione unica, inutilmente.
Liberaroma è forse ingenua, concedendo a molti spazi che non ha mai preteso di definire neppure come propri. Liberaroma ora deve superare proprio la rassicurante ed esclusiva auto-definizione come “spazio” per osare un linguaggio, un orizzonte, una costruzione di sé che vada al di là del “semplice” (ma quando lo è?) incontro con l’Altro.
Liberaroma è una bella promessa e questo è il suo primo non-compleanno.
Riempiamoci il bicchiere!
Selene Cilluffo
Libera roma è un’opportunità.
L’opportunità che hanno le realtà di poter parlare e farsi conoscere, far sentire la loro voce, le loro ragioni, le loro storie. Le storie sono dei movimenti, delle associazioni, delle organizzazioni, sono dei singoli individui che voglio avere l’opportunità di parlare, di scrivere e di far comprendere perché sentono il bisogno di dire qualcosa. E qualcosa non mai banale, se è sentito e se è rivolto alla società e alla politica.
Quella stessa società in cui le realtà sono radicate, in cui sono nate, in cui hanno iniziato a svilupparsi.
Quella stessa politica che spesso non le ha appoggiate, non le ha ascoltate e, a volte, le ha addirittura emarginate, senza dare loro visibilità.
La visibilità è necessaria per portare avanti progetti e idee che possono costruire, migliorare, fare fronte alle problematiche che, nella società stessa che ha creato i movimenti, si radicano e a volte sembrano non trovare un canale. Un canale che faccia conoscere problematiche sociali e possibilità di risoluzione, proposte costruttive che partano dalla stessa gente che quotidianamente vive il disagio.
E sulla presa di coscienza di questo disagio che si può costruire un nuovo modo per dare visibilità, un nuovo modo di fare informazione, per un mondo che oramai è stantio.
Un’informazione che sia fatta dalle esperienze e dai racconti delle persone.
E che alle persone stesse arrivi, per conoscere e comprendere, nuovamente e in maniera più approfondita.
Perché è tramite il racconto e l’ascolto che le idee prendono forma, divengono fatti e soluzioni, concrete e visibili.
E all’opportunità di ascoltare, comprendere e conoscere non bisogna rinunciare.
Serena Salucci
Quale aggettivo per una città come Roma?
Quasi tre anni della mia vita, tra un lavoro precario e un altro in nero, li ho passati a studiare la storia della mia città. L’idea era di fare una tesi di laurea su una pagina bella dell’amministrazione di Roma, su quel sindaco inglese, ebreo, anticlericale e massone, che se la faceva con i socialisti, che parlava di municipalizzazioni, di case popolari, di referendum e di piani regolatori (e non solo di trippa e gatti, come qualcuno ci vorrebbe far credere). Alla fine, dietro il saggio consiglio del Prof. Gentile, la mia ricerca è andata ad indagare sul perché e sul come, Ernesto Nathan divenne sindaco della capitale nel 1907, sostenuto dalla più grande coalizione di centrosinistra e dal più grande movimento popolare e operaio che Roma abbia mai visto. Il come e il perché li ho ricostruiti leggendo i giornali “popolari” dell’inizio del secolo, e posso dire di aver vissuto, attraverso una lettura minuziosa della cronaca del Messaggero (che allora era un giornale libero e che riusciva a mantenersi solo con i soldi dei suoi lettori) e dell’Avanti, delle vignette del Travaso delle Idee e dell’Asino e il raffronto con altri giornali dell’epoca, uno spicchio di storia di Roma Libera.
Nella storiografia della nostra città ho cercato in lungo e in largo un’identità per questa povera Roma sempre insoddisfatta, che capitale divenne, non per sua volontà, ma per “invincibile fato della storia”. Ho scoperto che di aggettivi e appellativi, in oltre duemila anni di storia, se ne è beccati veramente tanti. Sapevamo, ad esempio, che Roma ladrona e parassita non è copyright della Lega, ma già dalla fine dell’Ottocento una parte della classe politica amava definirla così?
Ogni epoca ha avuto la sua definizione, ma ogni volta c’era un’altra Roma che ribolliva, che si agitava, che “smucinava” i tizzoni sotto la cenere. Perché la città immaginata da chi “comanda”, non è sempre quella che vogliono i romani, e la battaglia è questa, da sempre, allora, come ora… Quella per me è liberaroma. Ecco, anche quella città merita di essere raccontata.
Francesco D’Amore
Non posso fare a meno di pensare alla realtà da cui sono partito, cinquemila abitanti, un paesino della bassa ciociaria. Le informazioni li volano sulla bocca delle persone condite da un sottile umor fatalistico.
Quello che mi ha sempre attratto di questa città sono le mille possibilità nonostante la difficoltà nel sentirmi parte di essa. Dopo tredici anni ho visto cambiare me ed i quartieri di questa grande città in cui ho vissuto. Ho fatto molti lavori e tante esperienze, fino ad approdare per caso a questo progetto. La possibilità che ho è di raccontare quello che sento e che vedo, tutto ciò viene dalla strada, dai quartieri, gente comune, non militanti, non elite. Vorrei, con questa possibilità, non solo raccontare, ma condividere le proposte molteplici che mi si sono presentate nel corso della mia seconda metà vita in questo posto. Liberaroma è, in una certa misura, un nodo che si è presentato in questo momento di scelte, è una scommessa che comunque vada voglio fare, è un’idea che sento mia appieno, era quello che ci voleva, questo penso di Liberaroma. Io sono Liberaroma, perché sono diverso dai miei compagni di avventura, e la forza di questo progetto è l’eterogeneità, siamo tutti menti pensanti, tutti diversi, tutti con l’onestà di saper ascoltare e l’energia di proporre e fare. Sono Liberaroma per i miei occhi che vedono e la mia mano che scrive e per la libertà che ho in essa di poterlo fare.
Stefano Galieni
Perché ero a Genova e a salvarci dagli impostori mediatici sono stati i tanti e le tante che hanno potuto testimoniare, con i propri strumenti di informazione e di comunicazione, la realtà dei fatti
Perché ero a Lampedusa, quando arrivavano uomini e donne stremati, sopravvissuti a morte certa, e li ho visti obbligati a restare per ore sotto il sole, in attesa di essere internati e nessuno a raccontare la loro storia. Perché ero a Ponte Galeria, fra gabbie e persone rinchiuse, senza diritti e prive di speranza. La loro voce arrivava flebile, anche se urlavano di rabbia. Perché mi è capitato di trovarmi sul Lungo Tevere, a guardare quello che restava di baracche e oggetti, distrutti. Ricordo il fango e il freddo, le famiglie disperse nei campi, lo sguardo rancoroso di poliziotti e vigili urbani. Era una ennesima alba che segnava, con violenza, la cacciata di povere famiglie rom, colpevoli solo di esistere. Ma per la città nulla era accaduto. Perché conosco il silenzio e la rassegnazione delle tante periferie romane, vedo giovani e anziani, donne e uomini, attraversarne gli infiniti confini, scontrarsi con barriere di classe e rimanere da soli e da sole, in una città capace solo di riempirsi di infelicità e solitudini mai raccontate. Perché ho visto e vedo trasformarsi la rassegnazione in odio e in omologazione, in fascismo diffuso e sotterraneo, capace di ergersi ad attore di violenza contro chi è percepito come estraneo, non degno di esistere. Perché sento a pelle la cattiveria delle relazioni nella città che percorro. Perché i rapporti si conformano sempre più alla logica del dominio, della gerarchia, della mercificazione e tutto ciò accade nell’immobilità e nel fatalismo.
Perché però – e a questo ci credo – le videocamere, i registratori, gli occhi attenti e pronti a rinarrare la realtà che agivano a Genova, sono vivi e attenti anche a Roma. Frugano nel fango delle nuove e antiche miserie, frugano nella bassezza dei poteri dominanti, frugano e indagano, aprono spazi, rompono muri, permettono a voci abituate a tacere di entrare in gioco, di rompere gli accordi, di spezzare la routine. Preparano forse un futuro, un futuro di cui Liberaroma dovrà e potrà essere strumento fazioso e fastidioso.
Lorenzo De Pasqualis
Perchè Liberaroma… Perchè penso che liberare l’informazione dai canoni tradizionali possa dare spazio e voce a chi sta dentro la notizia e non è solo l’oggetto o un nome in un fatto da raccontare. Anche chi legge ha spesso tanto da dire: non ha corso dietro agli eventi con il solo scopo di fare l’articolo perchè è lavoro, ma ha voglia di commentarli, ha la curiosità sana di mettersi in relazione con il fatto, con le persone che lo hanno vissuto che insomma hanno fatto la notizia e non vuole subirla come oggetto di consumo frettoloso. Fare informazione insieme, scrivere un articolo a più mani, ricevere dati e emozioni, orchestrarli perchè siano la voce di un coro che arriva dalla città e in movimento perenne raggiunge le persone ancora in cerca di relazioni e cresce con il loro contributo oltre l’agenda imposta da una dialettica politica lontana. Puntare l’obiettivo non solo sul fatto ma sulle persone che fanno la città che sono i soggetti delle storie e provare a mettere in rete le loro voci spesso trascurate superando i confini d’un giornalismo appiattito sulla notizia, sullo scoop: è una sfida da raccontare nel grande libro del giorno, in un diario collettivo che non guardi nel menù degli altri quale pietanza è meglio proporre. Sarebbe bello non solo sbirciare nei grandi e piccoli problemi di una città in sofferenza ma anche mettere il naso in tanti meravigliosi eventi che percorrono ogni giorno le nostre piazze, costruiti con l’entusiasmo e la volontà di chi non si arrende ma ancora vuole cambiare e cerca anche con poco di trasformare una metropoli separata e insensibile in un’occasione di incontro di culture diverse che si cercano e si confrontano.
presidente marrazzo e po9ssibile che non si riesce dare un posto di lavoro a tutti a racomandati e non.
Cari amici, Roma libera ma da chi, da cosa? Stiamo provando a dare noi una risposta… Roma libera e basta! Roma che torna al suo passato, che è memoria, ovviamente, e come tale va onorata e rivalutata al meglio dato che la memoria di Roma è Arte e Storia senza pari…
Roma insultata da parassiti, ignoranti, partiti-vampiri, speculatori, politicanti, delinquenti, sfruttatori. La partitocrazia ha avvelenato questa città, portando l’egoismo dei poteri forti e degli industriali del mattone, stravolgendone l’aspetto, cancellando la meravigliosa campagna romana e sostituendola con alveari osceni di piombo e metallo.
Vedete l’inquinamento, la sporcizia, la confusione, masse sconfinate di gente che dai quartieri dormitorio si spostano verso il Centro e tornano a casa per dormire, intasando le vie e trascinandosi dietro l’occupazione dello spazio con automezzi di ogni tipo, rumore, puzza e rumore. Povera gente che passa gran parte della sua vita solo per spostarsi da casa al lavoro e dal lavoro a casa. Romani e non e comunque figli di questa città e con lei schiavi di un sistema che non rispetta nessuno. Roma può ospitare (non essere…) la Capitale dello Stato italiano, come la sede dello Stato Vaticano (che resta uno Stato sovrano e quindi indipendente)e ricevere la giusta retribuzione per questo (non essere chiamata ladrona!)e soprattutto, con la cacciata dei pessimi amministratori provenienti dalla partitocrazia italiana, adottare un’autonomia amministrativa e territoriale che dovrebbe, come prima cosa, trasformare questa città… in quello che è: una città-museo, che contiene la maggior concentrazione di straordinari monumenti del mondo e che deve vivere di questo, promuovendo un turismo tutelato e pulito, offrendo aria naturale, permettere produzione industriale, servizi e mobilità solo elettrica o a idrogeno, sfruttando la generosità del sole per le esigenze dell’industria… Insomma, una città museo circondata da bio-costruzioni e giardini. Il terziario, il turismo, le attività agricole dell’ex agro pontino, il porto di Ostia, e le orrende periferie riqu da trasformare in aree vivibili costituiranno i lresto delle attività sociali e lavorative. Ricchezza e benessere per tutti i cittadini di Roma libera e liberata, questo vogliamo fare, lanciando la preparazione del Comitato di Liberazione Cittadino. Per gli altri particolari, visitate il post proposto dal nostro blog nella categoria Roma libera e lasciate il vostro commento e se volete la vostra adesione.