Elogio alla scimmia
di Matteo Miavaldi
Delhi è di certo la città che meno si presta al prestigioso epiteto di ‘capitale’. Ad aggirarsi nei suoi sobborghi, ci si chiede come diavolo faccia uno stato moderno ad essere organizzato ed amministrato in un tale pandemonio. Congestionata da quattordici milioni di anime e da altrettanti milioni di nullatenenti sfollati, autoriksha petulanti, mucche dissacrate e generazioni di nuovi ricchi, Delhi trasuda paradossi da ogni vicolo.
I paradossi di Delhi non si limitano però alla ripetutamente decantata ed antitetica convivenza di tradizione e modernità, grattacieli e baraccopoli, mercedes e carretti trainati dagli asini, e via dicendo. Gli ossimori più stupefacenti di Delhi sono piuttosto da rintracciare nel microcosmo della sua quotidianità. Ad esempio nelle sue strade, dove possono regolarmente circolare – del tutto impuniti – migliaia di autoveicoli fatiscenti, scassoni cancerogeni, bolidi seguiti da un’irrespirabile scia di fumo grigionero, e dove, per contro, è severamente vietato – nonché perseguibile a norma di legge – accendere una sigaretta, “al fine di limitare l’inquinamento atmosferico”.
Nei suoi larghi e moderni viali alberati, a fianco dei grandi hotel e delle loro stelle al neon, si sdraiano i marciapiedi che fanno da hotel ad una cospicua parte della popolazione notturna che di stelle ha solo quelle che la cappa di smog lascia intravedere; a fianco degli élitari negozi di capi firmati e dei cafè tirati a lucido, si possono leggere gli onnipresenti ammonimenti “vietato pisciare contro questo muro” e “vietato sputare qui”, imperativi a cui gli indiani rispondono con cordiale indifferenza.

Nei suoi numerosi e vivaci cinema dove, data l’efficacia della pudica ed ultraconservatrice censura indiana, non sono mai comparse né chiappe né copulazioni né tantomeno limonate tra fidanzati, è stata finalmente proiettata la scena di un bacio della durata di ben sette secondi. Mi riferisco all’attesissima pellicola di nome ‘Dostana’, che vanta la presenza del celebre Abishek Bacchan e del primo bacio nella storia di Bollywood. Trattasi però di un bacio omosessuale tra i due protagonisti del lungometraggio; trasgressivi sì, ma mai contro la tradizione.
Il paradosso di Delhi è quello di una metropoli moderna – e, a suo dire, occidentalizzata – dall’anacronistico (ma estremamente pratico) sistema di raccolta differenziata dei rifiuti, basato sulla collaborazione di capre, cani, corvi e maiali di città, la cui voracità contribuisce al riciclaggio di tutto il materiale commestibile, e sulla disperazione dei poveri più poveri, che per poche rupie smanettano a mani nude nei cumuli di immondizia per racimolare prodotti cartacei e bottiglie di plastica da riconsegnare su compenso ai rispettivi produttori.
Paradossale è anche la reazione della municipalità di Delhi di fronte al sequestro di bombe nascoste negli autoriksha e all’insistente minaccia di attentati terroristici, a cui le forze dell’ordine rispondono NON aumentando i controlli in metropolitana, dove una coppia di poliziotti trasandati rovista svogliatamente nei bagagli dei passeggeri sospetti, bensì aumentando il numero di cartelloni che spronano i gentili cittadini ad avvertire immediatamente le autorità nel caso si avvistino valigie abbandonate. La situazione non è molto diversa nemmeno nelle grandi railway stations della capitale, dove su dieci entrate solo una è provvista di un metal detector, disertato e bistrattato, da cui si entra e si esce che è una meraviglia. In compenso, se si deve partire con i minuti contati, occorre tenere a mente che il binario da cui parte il proprio treno non coincide mai con quello indicato dal tabellone centrale né con quello suggeritovi dal personale della stazione, e che dal corridoio principale si arriva solo ai binari di numero dispari nonostante sui cartelloni siano riportati, con tanto di frecce indicative, anche quelli pari.
Ma non lasciatevi ingannare né intimorire dalle stranezze con cui Delhi si presenta tutt’oggi al visitatore; nonostante le sue incongruenze, la capitale indiana è pur sempre una megalopoli ricca di fascino, di cultura, di storia e di opportunità per le quali chiunque abbia un po’ di soldi e di buona volontà può facilmente inventarsi un business sicuro e promettente. Delhi è una sorta di “zio d’America” al contrario, dove immigrano sia una moltitudine di indiani delle regioni più povere, sia una moltitudine di ‘extracomunitari’, bianchi, dalle condizioni economiche modeste e dal tenore di vita medio-basso, che tentano il ‘ricomincio da zero’. In una Delhi dove con un salario mediocre si vive da nababbi, chiunque abbia il coraggio di voltare le carte e sfidare il caldo, il puzzo e la sorte, si può fingere imprenditore e svoltare un patrimonio producendo beni e servizi per i ‘nuovi ricchi’. Dagli antifurti alle assicurazioni, dal parmigiano alle calzature, con un po’ di lungimiranza si intuisce che, in una città dallo sviluppo alla ribalta, nel campo del ‘lusso’ è ancora tutto da fare, da vendere e da scoprire. Delhi pullula di investimenti vantaggiosi ancora da intraprendere, i prezzi degli immobili sono in continua e repentina ascesa, le università del sapere tecnico e scientifico sono all’avanguardia, una metropolitana capillare ed efficiente ( la cui costruzione è stata affidata ad un’azienda giapponese per non rischiare di sedimentare per decenni nella lentezza dei lavori statali indiani…) sarà completata nel 2010 e in qualche shopping mall si cominciano a vedere minigonne e colpi di sole. Ma a discapito dei fast food, delle pizzerie, dei nuovi campi da golf e della quantità di baldanzosi ingegneri sfornati di anno in anno, noncurante delle mode e dei vizi del mondo post-industriale, una scimmia spensierata fa capolino dai balconi di Old Delhi e continua la sua promenade tra i grovigli penzolanti dei fili della corrente elettrica. Testimonianza vivente di una possibile coesistenza fra i vari stadi dell’evoluzione…anche economica.
L’orgoglio indiano riparte da Mumbai
di Matteo Miavaldi
La scritta “l’India non dimentica” scorre sotto le immagini del blitz terroristico di Mumbai in tutti i telegiornali del palinsesto di New Delhi: a poche ore dalla fine del più grave attentato su suolo indiano, che in tre giorni ha provocato 195 vittime innocenti e più di 300 feriti, l’India sembra sostituire la rabbia al dolore, interrogandosi su chi abbia pianificato e realizzato un’operazione tanto letale quanto maniacalmente preparata in ogni minimo dettaglio e, soprattutto, su come possa essere successo. 
I terroristi hanno attaccato simultaneamente l’Oberoi Hotel e il Taj Hotel, simbolo della città e dell’orgoglio nazionale, occupandoli e sequestrandone i clienti, mentre nel resto della città una serie di bombe deflagravano nei pressi di cinema, ospedali, stazioni, caffè e nel quartiere ebraico di Mumbai: secondo la mappa pubblicata nell’edizione di venerdì 28 novembre del “The Hindu” (giornale di destra vicino al partito nazionalista hindu BJP) sono più di 10 le diverse zone colpite dai terroristi nella municipalità di Mumbai, tra le quali il Leopold Cafè e il Taj Hotel, sempre pieni di turisti occidentali. Le ultime notizie sembrano confermare i sospetti delle prime ore: tutti i terroristi, più di 25, erano compresi tra i 18 e i 28 anni, avevano passaporto pakistano e risultavano iscritti ad alcuni college indiani, alcuni avevano addirittura lavorato in passato all’interno del Taj Hotel. Sarebbero tutti entrati in India via mare dal porto di Karachi (Pakistan) dopo un corso di addestramento di alcune settimane in Pakistan. In tre giorni di battaglia i Corpi Speciali dell’esercito indiano sono riusciti a neutralizzare la minaccia, uccidendo gran parte del commando ed arrestandone una decina di componenti, ora sotto interrogatorio.
L’obiettivo era ricreare un nuovo 11/9 indiano facendo esplodere il Taj Hotel, catastrofe che si stima avrebbe provocato più di 5000 vittime. La spettacolarità dell’intera operazione e le 26 vittime occidentali hanno garantito l’eco internazionale ai terroristi, presumibilmente affiliati alla Lashkar-e-Taiba, organizzazione terroristica musulmana del Pakistan, che ad oggi non ha ancora rivendicato la paternità dell’attacco.
Mentre a Mumbai l’incubo iniziava, mi trovavo ad Amritsar, la principale città della regione del Punjab, ospite di Mr. Singh, agente di viaggio e religioso Sikh. Il Punjab è diviso a metà dal confine indo-pakistano e, mi spiegava Singh, tra punjabi indiani e punjabi pakistani c’è un vincolo simile alla fratellanza, come fossero due gemelli divisi alla nascita.
La varietà delle etnie indiane e pakistane raccolte nei rispettivi stati è un elemento di importanza cruciale per capire la situazione di questa parte di mondo e, soprattutto, per evitare di scadere nel sensazionalismo e nelle facili conclusioni. Il governo indiano in seguito all’attentato ha subito attaccato il neoeletto governo pakistano del vedovo di Benazir Bhutto, incolpandolo di ospitare nel proprio territorio cellule terroristiche islamiche: non dobbiamo però pensare ai pakistani come un gruppo compatto e monolitico di integralisti, bensì come un popolo variegato ed eterogeneo composto per una parte da integralisti. Quella parte, sostiene New Delhi, deve essere ricondotta al controllo dello stato pakistano. Quella parte, nel solo 2008, ha organizzato 8 attentati in territorio indiano per un totale di oltre 450 morti.
Il popolo indiano non si sente protetto, le misure antiterrorismo del POTA Act, varato ad hoc dalle istituzioni indiane per combattere il terrorismo ma utilizzato perlopiù per invadere la privacy dei cittadini, si sono rivelate inadeguate e sono aspramente contestate dalla popolazione metropolitana. L’esasperazione si è riversata in queste ore sulle istituzioni, incapaci di garantire la sicurezza del Paese: moltissime le proteste in questo senso veicolate dai telegiornali nazionali assieme all’orgoglio e alle lodi dirette alle forze armate indiane che hanno reagito prontamente evitando una tragedia di proporzioni ben più grandi.
Ieri sera il telegiornale che stavo seguendo ha chiuso mostrando un foglio stampato e distribuito da un cittadino di Mumbai: “Terrorists, I’m still alive, what else can you do? Government, I’m still alive despite you. I am Mumbarkian”. E’ domenica e l’India ha già alzato la testa.
We arrived in Amritsar
di Carola Erika Lorea
We are arrived in Amritsar, la città santa del popolo e dell’orgoglio sikh. Situata ai margini del Punjab, la fertile regone dai cinque fiumi, la città è stata fondata alla fine del sedicesimo secolo dal quarto capo spirituale del lignaggio sikh, Guru Ram Das, e il suo nome significa ‘lago di ambrosia’.
Ma a discapito dell’allettante etimologia , ad accogliere il visitatore non è il dolce nettare divino, bensì un forte olezzo di zolfo ed escrementi, che ne fa una delle città più puzzolenti del subcontinente (ad eccezione dell’insuperabile Agra e della sua famosa ‘eau de fognature’). Al conturbante miscuglio olfattivo di smog ed acque putrescenti si aggiunge una quantità spropositata di polvere, che appiccicandosi senza tregua all’aria, ai vestiti e alle narici, sta a ricordare come Amritsar sia miracolosamente sorta da una piana semidesertica. Ma le enormi cupole d’oro che fanno capolino dallo smog e svettano sugli edifici fatiscenti di Amritsar dimostrano che anche nel sabbioso inferno urbano può sorgere un’ oasi di pace e tranquillità. E’ il Golden Temple, l’enorme gurudwara (luogo di culto della religione sikh, nda) che si protegge dagli schiaffi della modernità nelle sue gigantesche mura quadrate e bianche, contenenti il famigerato lago di nettare da cui la città prende paradossalmente il nome. Indifferente ai tubi di scappamento degli autoriksha e ai cumuli di spazzatura, il Golden Temple è un serafico rifugio, un luogo di raccoglimento, un simbolo perfetto della filantropia e dell’organizzazione della comunità sikh, un capolavoro architettonico e anche la meta turistica di giovani compagni di scuola indiani, che si dilettano a straziare gli occidentali con le loro ossessive richieste di foto-ricordo.
Al Golden Temple, luogo estremamente puro per tradizione e per la quantità di volontari che passano le loro giornate a lucidarne i pavimenti, si può accedere solo dopo essersi, in ordine:
-tolti le scarpe
-lavati mani e bocca ai lavandini comuni
-sciacquati i piedi nella vasca comune all’entrata (di cui i fedeli bevono l’acqua, poiché la devozione va al di là del pensiero che per quella stessa acqua siano passati miliardi di piedi scalzi di altrettanti pellegrini)
-segnati capo e cuore con la mano che ha toccato reverenzialmente il primo gradino di accesso al tempio
-prostrati in adorazione, con la fronte che tocca terra, davanti al maestoso spettacolo che si svela agli occhi del pellegrino dopo aver superato il porticato perimetrale: l’ Hari Mandir, il santuario d’oro in cui i dotti ‘baba’ cantano ininterrottamente i versi contenuti nel librone sacro dei sikh, l’ Adi Granth. Nonostante il mormorio di perle spirituali in punjabi sia molto piacevole, il fatto che l’Adi Granth venga recitato tutti i giorni a partire dalle 4:30 del mattino e sparato sincronicamente dai ripetitori situati in ogni angolo della città a massimo volume, fa passare ogni possibile desiderio di conversione. L’Hari Mandir è uno scrigno aureo che galleggia su un quadrato di acqua santa in cui i fedeli si bagnano dopo essersi sfilati i vestiti e le scarpe ma non il pugnale, da tenersi sempre e rigorosamente a tracolla. Il pugnale, kirpaan, rappresenta infatti uno dei cinque segni, le ‘cinque k’, dei fedeli sikh, e simboleggia il coraggio e la vigorosa reazione alle reazioni e alle ingiustizie che da sempre ha contraddistinto l’identità sikh, un’identità marziale, militante (anche politicamente, se si considera il retroterra religioso del separatismo punjabi degli anni 80), orgogliosa dei suoi martiri e dei suoi guru guerrieri, come Guru Deep Singh, che continuò a combattere con in mano la propria testa, mozzatagli dal nemico.
A discapito dei segni esterni di feroce virilità di cui i Sikh si sono ricoperti storicamente per necessità di autodifesa e di coesione interna, questi uomini alti e inturbantati, dalla barba folta e dai baffi nterminabili, sono in realtà dediti ad una straordinaria gentilezza, disponibilità ed altruismo. Lo dimostra l’organizzazione interna che manda avanti il Golden Temple, in cui con il lavoro di migliaia di volontari si accolgono, si osptano e si nutrono altrettante migliaia di pellegrini.
Ci inseriamo nella società perfetta miniaturizzata nel Golden Temple mangiando seduti a terra in fila con gli altri fedeli, lavando e insaponando centinaia di piatti e scodelle, sbucciando piselli, bevendo il chai con sacerdoti, battezzati e ‘chirichetti’ del tempio, inoltrandoci nelle cucine dove ogni giorno si sfornano tonnellate e tonnellate di chapati e lenticchie per centinaia di migliaia di bocche. Lì, nella cricca di donne che impastano la farina e ci mostrano impettite il loro pugnale sfolgorante, conosciamo l’ultimogenita di quella guardia del corpo che nel 1984 uccise il primo ministro indiano Indira Gandhi, colei che, sfidando l’ardore della comunità sikh, ordinò all’esercito indiano e ai carri armati di entrare nel Golden Temple e massacrare coloro che vi si erano rifugiati.
We are arrived in Amritsar, è il titolo di un racconto breve di un giovane scrittore indiano. E’ la storia di un tragico esodo e dell’odio intracomunitario fra indù e musulmani, ambientato nel 1948, l’anno dell’indipendenza, della separazione fra India e Pakistan e, di conseguenza, della divisione del Punjab. Il Punjab, dimezzato e ripartito fra la frontiera indiana e quella pakistana, è stato da allora il palcoscenico storico di tragedie, stragi e lotte intestine. Sui treni da Lahore (prima capitale del Pakistan indipendente, nda) ad Amritsar si ammassavano migliaia di famiglie che si erano trovate a dover abbandonare la propria casa, la propria città ed ogni altro bene, costrette all’esodo da qualche lontana e inspiegabile controversia politica che portò alla creazione di uno ’stato puro’ ( Pakistan) per i musulmani, e di un’India formalmente laica per gli indiani. Le frontiere che incidono il Punjab sono le tombe di milioni di profughi, i sentieri di milioni di traslochi, le trincee di milioni di sparatorie e il simbolo delle tormentate relazioni tra India e Pakistan. I cancelli che dividono artificialmente i punjabi di Lahore dai punjabi di Amritsar sono i graffi geografici di un’unità stracciata, una separazione forzata che diede il via ad una serie di antagonismi e di polarizzazioni che di giorno in giorno si radicalizzano. Il confine tra Lahore e Amritsar è notoriamente la cerniera di un’area dilaniata dall’instabilità politica e dai reciproci sospetti. Dal cancello, dopo il posto di blocco, si può spiare una bandiera verde su cui la luna islamica asserisce in bianco la sua priorità. Si può spiare un Pakistan disintegrato nelle sue etnie e nelle sue tribù, un Pakistan debole e alla costante ricerca di una legittimazione esterna. Si può spiare un governo di cartapesta dalla retorica accuratamente messa a punto, ma dalla coesione cronicamente pericolante. E a spiare dalle grate di quel cancello c’è un’India che addita, spavalda e ferita dagli interminabili attentati che hanno cercato di spaurirla, tutte le lacune e le incapacità politiche del suo fragile ma minaccioso confinante.
Per tutte queste ragioni e per tutti i più recenti accadimenti che hanno ribadito la tacita e irrisolta inimicizia tra India e Pakistan, non ci si aspetterebbe mai di vedere, al punto di confine, a metà strada fra Lahore e Amritsar, quello che invece accade quotidianamente alle ore 17:00 davanti ai cancelli della frontiera: la Border Ceremony.
Nella Border Ceremony non si insultano i criminali musulmani, né si compiangono i caduti di guerra, né si ricorda la tragedia della Partition. La Border Ceremony è una farsa buffonesca in cui quattro soldati indiani e quattro soldati pakistani si esibiscono nelle loro coreografie marziali sostenuti dal tifo esagitato di un anfiteatro di spettatori esaltati. Vestiti nella loro divisa cachi e imbellettati nei loro copricapi ridicoli, i soldati indiani suonano la tromba, dimostrano la loro capacità polmonare emettendo lunghissimi versi e inorgogliscono la folla nazionalista col loro passo marzale preciso e ritmato. Mentre quelli sfilano in passerella davanti alle tribune alzando le ginocchia fino al petto, un ‘animatore’ armato di microfono scalda la massa intonando motti nazionalisti come “Hindustan Zindabad!”, “Bharat Mata Ji Jay!” e “Bande Mata Ram!”, inscenando un botta e risposta che ha per leit motiv gli urli di guerra della liberazione anticolonialista. Gli spettatori-urlatori, elettrizzati come in una nazionale di cricket, applaudono, sventolano il tricolore della loro ‘madre India’ e rimpinzano il loro patriottismo senza mai mancare di rispetto agli ex-compaesani chiusi dietro quei cancelli.
Insomma, ad un vicino di casa che sforna kamikaze, alleva gruppi terroristici la cui esistenza minaccia la serenità della più grande democrazia del mondo, gli indiani reagiscono proprio così, con un goliardico e carnevalesco fac-simile di riottosità militare, che funge da valvola di sfogo per ogni problematica relazione internazionale. Un simpatico lascito, o forse una parodia, della non-violenza gandhiana.