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Roma capovolta: l’informazione dal basso…

Trent’anni di campi per i rom a Roma

di Ulderico Daniele

da rebusmagazine

Parlare di rom a Roma significa parlare innanzitutto di campi sosta. A differenza di altre città italiane, la stragrande maggioranza dei rom romani si trova a vivere ormai da 30 anni in questi spazi, tanto che in alcuni dei campi possiamo trovare addirittura bambini e ragazzi i cui genitori sono nati fra i container e le roulotte forniti dal comune di Roma. Inoltre i campi sono il centro di tutti gli interventi realizzati dalle diverse amministrazioni comunali, sia gli interventi sociali destinati ai rom, sia la gestione e il controllo delle presenze, realizzato attraverso lo sgombero e la ricollocazione degli insediamenti.

Nati all’inizio degli anni ’80 con l’idea di sanare gli insediamenti spontanei dei rom attraverso il rilascio di una autorizzazione alla sosta, i campi sono al centro della legislazione regionale degli anni ’80 e poi dei diversi piani d’intervento emanati dalle amministrazioni comunali a partire da quella di Rutelli. In questi anni i campi hanno più volte mutato denominazione, fino a divenire “villaggi della solidarietà” nell’ultima versione promossa da Walter Veltroni e ripresa da Gianni Alemanno, rimanendo comunque l’elemento centrale delle politiche locali e il principale luogo di visibilità per l’opinione pubblica.

Qualsiasi ragionamento critico sulla presenza dei rom a Roma non può che partire da un’analisi dei campi e degli effetti prodotti da questa collocazione. Proverò allora ad individuare sinteticamente tre ambiti principali in cui agisce la logica dei campi sosta rifacendomi sia agli atti normativi e politici, sia al lavoro di ricerca che da anni svolgo su questo tema.

In primo luogo i campi definiscono le possibilità e le forme dell’abitare dei rom in città. A prescindere dalla loro provenienza, dalla tipologia di migrazione e dalle risorse a disposizione, i rom sono stati collocati in luoghi creati esclusivamente per loro, senza che mai sia stata avviata qualsiasi altra politica di sostegno all’inserimento abitativo. Un ruolo fondamentale è stato giocato dall’utilizzo strumentale ed errato della categoria di “nomadi”, sulla quale si basa l’idea di un abitare radicalmente diverso dei rom, facendo in modo che i campi divenissero da subito dei veri e propri contenitori etnicamente connotati, luoghi di un abitare diverso ed evidentemente minore rispetto alla cittadinanza.

I campi si trovano, infatti, in spazi che sono separati, invisibili e sempre più lontani dalla città: muri, recinzioni e grate in ferro ne segnano il confine che oggi, secondo il Piano Nomadi di Alemanno, viene anche sorvegliato da personale armato e videocamere. I luoghi scelti dall’amministrazione per installarvi un campo sono comunque già lontani e separati dalla città, basti pensare ai 25 km che separano il “villaggio della solidarietà” di Castel Romano da Roma, alla campagna abbandonata in cui sono collocati i “campi modello” di via di Salone e di via Candoni, alle strade ad alto scorrimento che circondano, e nascondono, i campi di via della Monachina o quello del Foro Italico.

Al loro interno i campi sono attrezzati con moduli abitativi standard, container di 20 o 30 metri quadrati con servizi igienici per i più fortunati come a Castel Romano, oppure roulotte di 15 metri quadrati, senza servizi, dove l’ energia, il riscaldamento e l’acqua calda sono razionati, come per le famiglie che abitano nel campo di via della Cesarina. Nonostante le normative e le disposizioni regionali, il numero delle persone che abita nei singoli moduli e in tutto l’insediamento, la distanza fra l’uno e l’altro, l’allaccio alle reti idriche, fognarie ed elettriche variano radicalmente da un insediamento all’altro, così come variano le modalità di partecipazione alle spese (utenze, affitto), rendendo in tal modo i rom dipendenti dai gestori dei singoli insediamenti. I campi rappresentano allora una paradossale modalità d’inserimento dei rom nella nostra società, perché da subito producono una separazione e una differenza che limita il diritto ad abitare la città.

Una seconda serie di caratteristiche riguarda il rapporto che, a partire dall’istituzionalizzazione dei campi sosta, si costruisce fra rom e servizi pubblici. Fin dalla loro apertura, nella metà degli anni ’80, i campi sono infatti divenuti i luoghi di erogazione di una serie di servizi sociali e sanitari pensati inizialmente per garantire condizioni minime di igiene e sicurezza, ma divenuti col tempo un corollario fondamentale della vita nei campi. Così, ad esempio, molti dei rom con permesso di soggiorno o cittadinanza italiana non accedono autonomamente alle prestazioni del servizio sanitario nazionale, come il medico di famiglia, ma preferiscono utilizzare quei servizi che, sotto forma di sportelli o di iniziative di volontariato, vengono portati dentro il campo sosta. Ancor più paradossali, in termini di conseguenze e contraddizioni, sono gli esiti degli interventi per la scolarizzazione. Nonostante vengano realizzati dai primi anni ’90, coinvolgendo oggi dei minori i cui genitori sono stati a loro volta scolarizzati grazie a interventi dell’amministrazione pubblica, sono ancora rari i casi in cui le famiglie siano attivamente responsabili del percorso dei loro figli, accompagnandoli a scuola o entrando in rapporto diretto con docenti e insegnanti. Più spesso tutto questo viene delegato agli operatori del terzo settore che agiscono in convenzione con il Comune di Roma. La conseguenza è che anche un intervento pensato per promuovere i diritti dell’infanzia e realizzato da operatori anche motivati e coinvolti, quando viene realizzato a partire dalla separazione dei rom nei campi sosta, finisce per innalzare un altro sottile ma potentissimo muro fra i rom e la società italiana.

Trent’anni di servizi dedicati ed esclusivi, trent’anni di iniziative assistenziali ed emergenziali nei campi hanno per certi versi aumentato la distanza fra rom e società locale, formando e rinforzando negli uni l’idea di una sorta di diritto a ricevere assistenza e servizi e negli altri la percezione di una paradossale situazione di privilegio. In questo quadro le innovazioni proposte nel Piano Nomadi di Alemanno, con l’affidamento alla Croce Rossa dei servizi sociali e la creazione di presidi interni ai campi sosta dove svolgere attività didattiche e formative, sembrano condurre verso una ulteriore radicalizzazione di quella condizione di separatezza che, oltre che negli spazi, si concretizza anche nella vita quotidiana.

Un’ultima serie di conseguenze della logica dei campi sosta riguarda quei passaggi in cui si sono realizzati momenti di dialogo fra rom e amministrazione locale. In molti casi le autorità hanno richiesto forme di rappresentanza dei residenti che poco hanno a che vedere con le modalità di organizzazione sociale proprie dei rom e che usano in maniera strumentale le forme e il lessico delle democrazie. Inoltre in queste fasi le amministrazioni hanno potuto far pesare tutto il potere di decisione e di intervento su soggetti che possono trovarsi privi di permesso di soggiorno, oppure possono occupare senza alcun permesso un terreno e che quindi dipendono totalmente dalle concessioni, più o meno esplicite, che l’amministrazione decide di fare. Molte delle famiglie che più di un anno fa hanno lasciato il campo di Casilino 900 l’hanno fatto sotto il peso della paura di un intervento di sgombero da parte della giunta di centrodestra, e accettando di buon grado la possibilità di avere un permesso di soggiorno temporaneo.

Le possibilità di dialogo fra rom e amministrazione comunale sembrano allora iniziare e finire laddove termina il campo sosta, le decisioni circa il suo collocamento e la gestione dei servizi. Anche in questi ultimi mesi in cui alcuni leader rom hanno goduto di una inedita visibilità politica e mediatica, l’obiettivo principale che hanno perseguito sembra riguardare principalmente la possibilità di gestire servizi e progetti da realizzare nei campi, senza avere la possibilità, e l’aspirazione, di misurarsi sul piano dell’elaborazione delle politiche e della definizione di nuove prospettive per i rom romani.

Il superamento della logica dei campi appare quindi come la sfida necessaria per modificare realmente la situazione dei rom a Roma.

Si tratta di una sfida che riguarda sia le istituzioni e le politiche, che fino ad oggi hanno fatto dei rom l’emblema del pericolo pubblico, sia gli stessi rom, ormai assuefatti a quella logica di separazione istituzionale e divenuti sicuramente esperti nel sopravvivere all’interno di quel confine.

Written by Redazione

aprile 13, 2011 a 4:35 PM

Pubblicato su diritti negati, rom

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