LIBERAROMA

Roma capovolta: l’informazione dal basso…

Scuola e formazione versus politica economica. La conoscenza rende liberi

di Anna Maria Bruni

“La lotta è dura e non ci fa paura”. Con questo slogan è tornato ancora una volta in piazza il movimento della scuola, capitanato dal coordinamento precari, che ha voluto mettere insieme tutti i pezzi della scuola in sofferenza, insegnanti, genitori studenti, personale Ata. In pieno periodo estivo, a scuole chiuse, il comparto dell’istruzione si è ritrovato sotto Montecitorio per gridare “vergogna, a una riforma che taglia i finanziamenti alla scuola pubblica: dal sostegno al tempo pieno, dalla materna alla scuola superiore”. 120mila sono tagli previsti nella famigerata legge 133 della coppia Gemini-Tremoni. Inaccettabile. Perciò circa 300 persone del Coordinamento precari scuola, insieme a Unicobas, Flc-Cgil, Rifondazione, Comunisti italiani e Idv sono ritrovati in presidio davanti a Montecitorio. Per lo più, e sorprendentemente, venuti da ogni parte d’Italia, più numerosi del coordinamento romano.

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Written by Redazione

luglio 16, 2010 at 2:56 pm

Pubblicato su scuola, Uncategorized

Facciamolo ancora. “Manifesto” in piazza, con tutti i giornali a rischio chiusura

copertina del manifesto per il presidio sotto montecitorio

di Vittorio Bonanni

Il gran caldo non ha certo scoraggiato i compagni del manifesto dall’organizzare, sotto il gazebo dei lavoratori dell’Eutelia, una riunione di redazione pubblica davanti Montecitorio finalizzata a denunciare il grave blocco dei finanziamenti pubblici all’editoria che mettono un punto interrogativo sul futuro del quotidiano comunista come pure di tante altre testate, la nostra in primo luogo. Oltre ai redattori del giornale diretto da Norma Rangeri, molti i presenti a portare la propria solidarietà e a sfidare, oltre alle alte temperature, anche il frastuono provocato dai lavoratori della base siciliana di Sigonella e toscana di Camp Derby che protestavano contro la decisione di sostituirli con dei “contractors“ statunitensi: dall’ex presidente della Camera e già segretario del Prc Fausto Bertinotti a Vincenzo Vita, membro della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi; da Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa a Claudio Fava e Alfonso Gianni di Sinistra e Libertà e ad Ignazio Marino del Pd; da Giuseppe Giulietti di Articolo 21 a Luigi De Magistris dell’Italia dei Valori; da Corradino Mineo, il cui posto di direttore di Rainews24 rischia di saltare in queste ore per far spazio ad uomini graditi al governo fino a chi scrive, inrappresentanza appunto di Liberazione e ai colleghi di Confronti, del Salvagente e di Carta.

Vauro dal canto suo era presente con il casco blu dell’Onu in testa: «Visto che le Nazioni Unite hanno chiesto al governo di rivedere o ritirare il ddl Alfano – ironizza il disegnatore – ho deciso di arruolarmi». Anche Paolo Ferrero era lì sotto il gazebo a portare la solidarietà all’ex giornale di via Tomacelli: «Il manifesto è un patrimonio della sinistra, della cui unità mi auguro si renda protagonista partecipando alla costruzione della grande mobilitazione che occorre per mandare a casa Berlusconi. Siamo qui a testimoniare – ha detto il segretario del Prc – solidarietà e vicinanza nei riguardi della battaglia per la vita del manifesto: un giornaleoriginale, eretico e di valore culturale, cui ci sentiamo accomunati dall’impegno per la libertà di stampa, l’uguaglianza, la giustizia sociale e la democrazia». L’ex ministro ha auspicato che «il quotidiano si faccia parte attiva della necessaria costruzione dell’unità a sinistra, a cominciare da una grande manifestazione nazionale di tutte le forze di sinistra per sconfiggere l’ingiustizia sociale, la riduzione degli spazi democratici e il colpo di stato monetario perpetrati da questo governo e mandarlo definitivamente a casa».

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luglio 15, 2010 at 12:16 pm

Pubblicato su informazione

Lavoro e diritti, giovedì presidi della scuola e della Cgil contro la manovra a Montecitorio

di Anna Maria Bruni

3.700 licenziamenti, e sono solo una parte.  In totale arriveranno a 6.800. Questo è il piano 2010-2012 annunciato da Telecom.  Dopo il regalo dei due terzi degli utili agli azionisti, e dopo essersi elargito emolumenti altissimi e bonus che fanno a cazzotti con le procedure di licenziamento, l’azienda adesso si sbizzarrisce con i lavoratori. Se nessuno la ferma. E la politica, di certo, non la ferma. Tocca ai lavoratori e al sindacato.

I lavoratori della Sielte, azienda che si occupa di telecomunicazioni, hanno protestato ieri di fronte alla Telecom di Cagliari per il ritiro della procedura di mobilità e per accorpare le vertenze aperte a Cagliari, Padova e Palermo.
Giovedì 15 luglio, la Cgil organizzerà un presidio davanti al Senato dalle ore 10, per protestare contro la manovra finanziaria da 24 miliardi che il governo si appresta a varare, che prevede solo tagli al sistema pubblico su tutti i fronti. Anche il movimento della scuola sarà in piazza per questo giovedì, proprio mentre si discute del decreto 78, collegato alla finanziaria, che taglia per tutta la vita lavorativa stipendi e pensioni, con il blocco dell’anzianità per tre anni. Ma del mondo della scuola ci saranno genitori contro il taglio delle classi di tempo pieno, gli insegnanti che si vedono levare compresenza e insegnanti di sostegno, nonché l’ac corpamento di classi e istituti, e il coordinamento precari della scuola, che fa le spese di tutto questo vedendo ingrossare vertiginosamente le proprie fila. Solo nell’anno scolastico appena finito sono 57mila gli insegnanti e Ata che finiscono fuori dal mondo della scuola, e per il prossimo anno la cifra è di poco diversa: altri 41mila tra docenti e Ata. Sul sito http://cps.135.it è possibile leggere il comunicato per il 15 luglio e loa piatttaforma, che pubblichiamo di seguito.

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luglio 13, 2010 at 3:52 pm

Pubblicato su scuola

“Il lavoro rende liberi” i 205 eritrei. L’insegna di Auschwitz è la premessa dell’accordo con la Libia

di Stefano Galieni

Liberi per “lavori socialmente utili”. In questa maniera le autorità italiane, in primis il ministro Frattini, ha voluto definire l’accordo giunto per la scarcerazione dei circa 250 cittadini, per lo più eritrei, dal 30 giugno rinchiusi in una gabbia sotterranea nel deserto, in località Bakr, 80 km a sud di Sebah, Libia. Una storia oscena il cui finale non ha nulla a che fare con l’happy end che si vuole far digerire all’opinione pubblica. I prigionieri, erano fra i tanti intercettati in Libia perché fuggiti dal proprio paese. Molti sono ragazzi che non volevano restare a fare 10, 12 anni di servizio militare, col rischio imminente di ritrovarsi in una nuova guerra, persone scappate da una feroce dittatura a cui spetterebbe asilo politico. Fuggendo sapevano perfettamente che per il regime di Gheddafi l’asilo politico non esiste, il loro sogno era quello di raggiungere l’Europa, a qualunque costo. Un sogno che si è infranto con le procedure derivanti dal trattato di cooperazione italo-libico e con le forze dell’agenzia Frontex. Molti sono stati illegalmente respinti e riconsegnati alla Libia, in barba agli accordi internazionali che impongono di verificare in acque internazionali, se esistano i presupposti per l’accoglienza chi è profugo.

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luglio 8, 2010 at 5:41 pm

Il corteo dei terremotati dell’Aquila caricato dalla polizia, tre feriti

cartelli di protesta davanti a Montecitorio. 7 luglio 2010
di Anna Maria Bruni

Sono arrivati sotto il Senato, dopo aver sfilato sotto la residenza di Berlusconi e nonostante le cariche della polizia a piazza Venezia. Migliaia di aquilani, a Roma per protestare contro l’atteggiamento del governo sul post-sisma, sono arrivati nella capitale con un lungo corteo inaspettatamente attaccato dalla polizia. A metà giornata il bilancio era di tre feriti, e di una situazione che nonostante gli appelli del sindaco dell’Aquila Cialente si è fatta incandescente.

Molti i pullman affittati, per poter venire a Roma e chiedere al governo più lavoro per i terremotati e più sostegno all’economia dei territori colpiti dal terremoto del 6 aprile 2009. Ma soprattutto, la sospensione delle tasse, ingiustamente ripristinate da questo mese per tutte le famiglie colpite, nonostante la perdita di esercizi commerciali e di posti di lavoro in genere. E beffa delle beffe, anche la restituzione del 100 per cento del pagamento delle tasse pregresse, sospese subito dopo il sisma. A nessuna regione – hanno spiegato – ultima l’Umbria, è stato chiesto di restituire in blocco le tasse sospese. Finora i governi precedenti hanno sempre aspettato la ripresa economica delle famiglie, per poi chiedere la restituzione in forme rateali e in misure percentuali, fino a un terzo. Le misure chieste – hanno spiegato- dovranno essere inquadrate in una legge organica, che preveda procedure snelle ed efficaci per la ricostruzione, finanziamenti certi attraverso tassa di scopo o contributo di solidarietà. La manifestazione si è avviata pacificamente a percorrere le vie della capitale, quando intorno alle 11, un centinaio di persone avrebbe fatto pressione sui blindati che chiudono l’accesso a via del Corso da piazza Venezia per superare lo sbarramento e raggiungere Montecitorio per via diretta.

Il sindaco Cialente, ha cercato di riportare la calma. Mentre qualcuno superava il blocco arrivando fin sotto Montecitorio, dove alla manifestazione si è aggiunto il leader Idv Di Pietro. I cartelli di protesta non lasciano dubbi sui responsabili del disarmo di qualsiasi iniziativa di ricostruzione. “Onna distrutta e tassata”, si leggeva su uno striscione, “Chiodi non pazzia”, su un altro. Anche il segretario del Pd Bersani, raggiunto il corteo a piazza Colonna è stato accolto dai fischi. “Vergogna, buffoni, ci avete lasciati soli”, hanno urlato gli aquilani. “Ci ha abbandonati anche l’opposizione”. Bersani, dal canto suo, ha criticato il governo che, ha detto, “non può far trovare la polizia davanti al Parlamento”.

Altri momenti di tensione si sono verificati davanti a Palazzo Grazioli. Il sindaco Cialente non lesina rabbia. “È stato allucinante vedere gente tranquilla e pacifica coinvolta negli scontri di oggi con le Forze dell’ordine. Sono sconvolto per aver visto in prima fila professori universitari, noti imprenditori e pensionati, ovvero gente normale, che nella vita mai avrebbe pensato di trovarsi al centro di scontri del genere”, dice amareggiato il primo cittadino aquilano. “Io mi sono trovato in mezzo agli scontri fra le Forze dell’ordine e i manifestanti, ho cercato di sedare gli animi e per questo sono stato calpestato e ho preso un po’ di botte. Oggi è andato in scena il dolore e il terrore di una città e quello che è accaduto, ovvero caricare gente tranquilla che vuole solo manifestare non è stato uno spettacolo edificante”.

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luglio 7, 2010 at 3:40 pm

Pubblicato su territorio

“La Cgil che vogliamo” diventa area programmatica

Logo de La Cgil che vogliamo
Quattrocento compagni in assemblea questa mattina a Roma, per dare il via alla nuova struttura interna alla Cgil, e invertire la rotta ad un sindacato “debole all’esterno e autoritario all’interno”, con un’opposizione forte, “consapevolmente di classe”, come il voto di Pomigliano insegna.

di Anna Maria Bruni

“Non c’è futuro per un sindacato che non sia radicalmente democratico”. Così Gianni Rinaldini chiude il suo intervento, a cui la sala risponde con un fragoroso applauso. E così si sintetizzano i contenuti dell’assemblea di costituzione dell’area programmatica “la Cgil che vogliamo”, tenutasi questa mattina nella grande sala dell’hotel Parco dei Principi a Roma. Una sala scelta per le sue dimensioni, pensando di ospitare un centocinquanta fra delegati e sindacalisti, per vederla poi scoppiare allo sbarco di circa quattrocento persone, metà delle quali quindi sedute per terra o in piedi lungo i muri e fin sul palco. Tantissimi compagni arrivati a Roma, molti senza avere distacchi sindacali, quindi a proprie spese, o spendendo permessi e ferie. Insegnanti e precari della scuola, ospedalieri, bancari, impiegati pubblici, e anche funzionari, Fiom, Fisac, Filcams, Funzione pubblica, e Camere del lavoro.

E allora si capisce che la battuta finale di Rinaldini in realtà segna l’inizio, l’inizio di un percorso le cui prove generali sono state sperimentate durante il congresso, per arrivare alla conferma definitiva della necessità inderogabile della costituzione di un luogo aperto, definito perciò in molti modi: “un’area senza perimetro”, dice Marigia Maulucci, “un’officina per il pensiero sindacale”, dice Mimmo Moccia, che convergono tutte sul profondo, urgente, bisogno di una autentica pratica democratica interna insieme ad una opposizione determinata dalla “consapevolezza di classe siglata dal voto di Pomigliano”. E non per caso qui scatta un altro fragoroso applauso. Due coordinate inscindibili per segnare la nuova rotta che la Cgil deve prendere, se non vuole trasformarsi in sindacato di mercato, dice Paolo Brini della Fiom di Modena, e che sicuramente sono la stella polare che guiderà il pensiero e la pratica di questa nuova struttura interna alla Cgil, che punta a sbaragliare la deriva autoritaria interna che troppi segnali, durante il congresso e dopo, ha dato e messo in atto anche con modifiche statutarie che limitano il pluralismo interno. Un punto questo sottolineato anche nel documento finale.

Ed i segnali ci sono tutti, a cominciare dai diversi interventi, come quello di Antonella Raddi della Fiom di Udine o di Giovanna Adamo della Filcams di Bergamo, che cominciano a denunciare pubblicamente prassi autoritarie nell’elezione dei dirigenti, manomissione di voti e numeri, e via discorrendo. Ma ancora la denuncia di Cornelli del Piemonte della dichiarazione del segretario generale nel corso di un’intervista al Corriere della Sera: “io scommetto sul sì di Somigliano”, che il responsabile sindacale definisce “indecente” chiamando la sala a una ulteriore presa d’atto. Ma è lo stesso Rinaldini a denunciare la rottura della pratica della gestione unitaria in molte sedi Cgil, addirittura in Emilia-Romagna, per sovrapporvi il “pensiero maggioritario” degli appartenenti alla mozione vincente. Una pratica, dice Rinaldini, adottata per primo proprio da Epifani, di cui fa parte la nomina di Susanna Camusso a vicesegretario proprio a ridosso della scadenza del suo mandato, prassi che oltre ad essere stata riesumata ad personam dopo l’abolizione per votazione, ha il sapore della successione dinastica.

Prassi che non possono che replicarsi a cascata in tutte le strutture fino all’ultima del più remoto territorio, e la cui tendenza i tanti compagni accorsi a Roma sono decisi ad invertire, per ritornare a pratiche autenticamente democratiche. Lo dicono in tanti, e lo dice il documento finale: “La Cgil che vogliamo è uno spazio libero, non è organizzazione verticale, non avrà Roma come centro decisionale a cui le altre strutture devono allinearsi, e non avrà iscrizioni d’ufficio, ma adesioni individuali e volontarie”. A questi assunti segue la formulazione delle pratiche che si propone caratterizzino le modalità di lavoro dell’area: 1. organizzazione interna assolutamente democratica; 2. titolarità di orientamento e scelte dei delegati, due assemblee nazionali annuali precedute da assemblee ai vari livelli, 3. ampia autonomia a livello confederale e categoriale, 4. adesione all’area con la sottoscrizione del documento costitutivo, ma anche apertura a manifestazioni scritte di interesse, con diritto di consultazione su scelte e orientamenti politici, 5. nessuna forma di disciplina centralistica, e decisioni non vincolanti i comportamenti individuali, 6. attività aperte alla partecipazione e ai contributi di tutti i militanti e dirigenti interessati, 7. Stesura del documento programmatico che aggiorna la mozione congressuale per l’autunno, aperto alla consultazione e alla modifica per essere presentato all’assemblea programmatica da tenersi nel prossimo autunno e sottoposto ad aggiornamenti e revisioni periodiche.

Sovranità e autodeterminazione in una struttura reticolare, questo il lavoro che “da domani”, approvato il documento finale con due sole astensioni, e “sbrigate le pratiche” per la sua costituzione, sono tutti chiamati a fare, per affrontare una fase che in pochi mesi, è lo stesso Rinaldini a ricordarlo, oltre ad essere contenuto nel documento, rischia di rivoltare la legislazione del lavoro, con l’abbattimento definitivo del contratto nazionale, già invalidato dal 70 per cento di lavoratori precari, con il collegato lavoro che introduce l’arbitrato, con la cancellazione dello Statuto dei lavoratori a favore dello Statuto dei Lavori. Una dimensione che è anche europea, è lo stesso documento a sottolinearlo, dove la crisi ha messo in evidenza l’arretratezza di una gestione economica e politica capace di “sacrificare il proprio modello sociale” sull’altare di una “competitività fondata sulla progressiva contrazione di costi e diritti del lavoro”, e che in particolare in Italia, è Mimmo Moccia a ricordarlo, ha visto da sempre un padronato campato sulla protezione, di cui Fiat è portabandiera.

E già l’area si dispone ad affrontare le prossime scadenze: la mobilitazione sotto Montecitorio nei giorni della discussione del collegato lavoro, seconda metà di luglio, e ancora il sit-in del mondo della scuola, promosso prima di tutto dal movimento dei precari, come ricorda Francesco Cori del coordinamento, che il 15, giorno della discussione del famigerato decreto 78 sulla regionalizzazione della gestione delle scuole, sempre sotto Montecitorio. Ma anche tre giorni di festa dell’area, il 23, 24 e 25, per stare insieme, discutere, confrontarsi anche con sociologi, economisti, e altri compagni. E sperimentarsi, perché come dice Franco Calitri della Fiom, “mettersi insieme è facile, più difficile è rimanerci”. Il confronto è iniziato, e con esso si scoperchiano limiti che sono anche interni. Ancora una volta è Rinaldini a ricordarlo, sottolineando che “anche noi abbiamo bisogno di scavare”. Ma non è poco cominciare a parlarsi in faccia, come è stato fatto, e soprattutto non puntare “alla spartizione dei posti”, altrimenti “ricaschiamo con tutte le scarpe negli stessi meccanismi che denunciamo”. Pochi tratti, ma precisi, per dissipare dubbi su questioni che possono apparire generiche come l’apertura alle “manifestazioni scritte d’interesse”: “Chi assume le decisioni? Chi sottoscrive il documento. Chi ha il diritto di proposta? I compagni della struttura interessata”.

Pochi tratti, ma precisi. Per delineare il nuovo organismo, le sue pratiche, i suoi obiettivi. E sopra tutti, dice Franco Grondona, quello indicato da Brecht: “dammi tempo che ti buco, disse la goccia al sasso”, “e cristo, se li buchiamo”.

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luglio 6, 2010 at 6:28 pm

Pubblicato su sindacato

Fiom, Assemblea aperta sotto Montecitorio per la consegna della proposta di legge

Centomila firme raccolte in pochi mesi, hanno permesso la consegna prima della scadenza della proposta di legge d’iniziativa popolare su democrazia e rappresentanza sindacale. Questa mattina sotto il parlamento la consegna, a cui hanno partecipato tutte le forze di opposizione della sinistra

di Anna Maria Bruni

Neanche il caldo torrido può fermare la Fiom. E questa mattina, nonostante il piccolo gazebo non bastasse a fare ombra agli oratori, il comitato centrale aperto guidato dal neosegretario generale Maurizio Landini, organizzato in piazza Montecitorio in occasione della consegna alla Camera delle oltre centomila firme che promuovono la proposta di legge di iniziativa popolare su rappresentanza e democrazia sindacale, è riuscito in pieno. Alcune centinaia fra delegati, sindacalisti e militanti, sono scesi in piazza per sostenere il sindacato che si è battuto per i diritti dei lavoratori della Fiat di Pomigliano d’Arco, accanto ai quali non era tempo di rimandare la consegna delle firme per promuovere una legge proprio sulla democrazia sindacale. Ma molti sono i meriti del sindacato delle tute blu nella resistenza alla deriva autoritaria del nostro paese. E fra questi va ascritto il consenso praticamente di tutta la sinistra, parlamentare ed extra, incassato questa mattina all’iniziativa.

Cominciando dal Pd, presente con il responsabile economico Stefano Fassina. Ill partito di Bersani evidentemente non può sottrarsi alla necessità di attuare quell’articolo della Costituzione che parla di maggiore rappresentatività, di cui questa proposta di legge definisce i criteri. Anche il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro ha preso la parola per sottolineare la condivisione nel “metodo e nel merito di questa proposta che – ha detto – faremo nostra in Parlamento”. Presenti anche il segretario del Prc Paolo Ferrero e il portavoce della Federazione Cesare Salvi, che ha condiviso “integralmente la proposta e la battaglia della Fiom per portare la democrazia nei luoghi di lavoro – ha detto l’ex ministro – perché siano i lavoratori e non il padrone e il Governo a decidere chi li rappresenta, a decidere con referendum sugli accordi che li riguardano”. Salvi ha voluto ricordare “la straordinaria risposta della classe operaia di Pomigliano, a difesa dei propri diritti e della propria dignità” e “l’indispensabile battaglia della Fiom per difendere e anzi rilanciare i principi democratici della nostra Costituzione, oggi attaccati da Governo e Confindustria”. Roberto Musacchio, esponente di Sinistra Ecologia e Libertà, ha sottolineato come “chi ha a cuore i diritti e la dignità non può non essere con voi”, e Franco Turigliatto di Sinistra Critica e Marco Ferrando del Partito comunista dei lavoratori, hanno posto l’accento sul carattere di classe della deriva autoritaria nel nostro paese, e come la Fiom sia stata capace di tenere la barra a dritta unendo diritti e democrazia. Nel corso della mattinata è stato anche letto un messaggio di Fausto Bertinotti, il quale ritiene “giusta e necessaria la campagna per la raccolta di firme a sostegno di una legge che si propone di colmare un vuoto intollerabile, un buco nero nel quale scompare sistematicamente ogni giorno un pezzo vitale della democrazia del Paese”.

Accanto ai rappresentanti politici, anche il giurista che ha lavorato con la Fiom alla stesura della proposta di legge, che è intervenuto spiegandone i punti salienti, tra i quali il superamento dell’accordo patrizio del 33% per tornare al proporzionale puro, la soglia del 3 per cento sul dato nazionale per la presentazione delle liste e del 5 per cento per sedere al tavolo di contrattazione, il referendum con gestione organizzazione e verifiche certificate, su tutti gli accordi che riguardano i lavoratori. Presente anche il costituzionalista Gianni Ferrara, che ha voluto ringraziare con grande passione i lavoratori Fiom che non hanno ceduto al ricatto dell’azienda, “incarnando così la Costituzione della Repubblica, facendone uno strumento di lotta”. All’assemblea erano presenti anche Nello, delegato di Pomigliano, intervenuto per ribadire il senso della scelta del voto, che si lega a filo doppio con questa proposta di legge perché “diritti e lavoro devono marciare insieme”, e Gianni Seccia, delegato Eutelia, i cui lavoratori sono in sciopero della fame a staffetta da una decina di giorni, fermi sotto Montecitorio, con il loro striscione che è la sintesi della violenza dell’operato dei padroni nella vicenda Eutelia: “digiuno, perché sono ciò che mangio”. 900 di loro si sono costituiti parte civile nel processo in corso ad Arezzo, ha ricordato il delegato, non solo a buon diritto per recuperare un anno e mezzo di stipendi mai dati, ma anche per far valere l’articolo 41 della Costituzione, che sottopone l’operato delle imprese all’utilità sociale.

“Ci auguriamo – ha detto Landini – che rapidamente il Parlamento discuta di questa legge oppure dica che la strada sia quella dell’accordo separato”. Ma non è la strada battuta dalla Fiom, anzi, ha detto il neosegretario, questa proposta va proprio nella direzione opposta di “riaprire un percorso unitario, che – ha sottolineato il leader sindacale – deve però ripartire dalla base, dai luoghi di lavoro”, per essere reale.

La mobilitazione della Fiom non si ferma qui. Il sindacato delle tute blu tornerà in piazza contro il governo intorno al 20-25 luglio dopo aver costruito una mobilitazione itinerante al via dalla prossima settimana, attraverso le proprie strutture territoriali. Obiettivo, impedire che attraverso il collegato lavoro venga promosso l’arbitrato che dovrebbe sostituire l’articolo 18, già stigmatizzato dal Presidente della

Written by Redazione

luglio 5, 2010 at 6:29 pm

Pubblicato su lavoro